Il popolo dello smile

Lo Stadio Olimpico per il concerto di Jovanotti. Roma, 2013

Lo Stadio Olimpico per il concerto di Jovanotti. Roma, 2013

Ieri sera sono stato a un concerto di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Non sono un grande fan del genere e del personaggio, ma mi è stato sempre simpatico. Una mia amica aveva due biglietti e allora andiamo, mi son detto, andiamo a vedere.
Roma, stadio olimpico. Quarantamila persone, a occhio. Sullo spettacolo niente da dire. Mastodontico, architettato a dovere, effetti fantasmagorici e potenza stratosferica. Contenuti? Bah.

Lorenzo Jovanotti Cherubini suona da venticinque anni motivetti orecchiabili che appoggiano testi qualche volta poetici, e ci sta, ma molto spesso vuoti. Assolutamente vuoti. Va bene, divertiamoci, saltiamo, facciamo casino, siamo ottimisti. Ma – a parte il fatto che c’è poco da essere ottimisti – qui siamo allo zero contenuti. Un vuoto spinto quasi inverosimile. Il nulla, il manifesto di una generazione sconfitta. Anzi: di un’epoca, perché il fenomeno è transgenerazionale. Ieri sera in quello stadio mi aspettavo di trovare ragazzini e adolescenti, magari giovani appena usciti dalla maturità; invece era pieno zeppo di quarantenni, cinquantenni e anche più, padri e madri di famiglia con e senza famiglia al seguito. Tutti con le braccia alzate, i sorrisoni e gli occhi lucidi.

In quegli occhi si riflettevano le immagini proiettate dai tre grandi schermi sul palco: caleidoscopi elettronici, colori della natura, un giaguaro che corre al rallentatore, una farfalla, gli storni nei cieli di Roma, un cuore, un arcobaleno, la pioggia, i tramonti, i prati verdi, i fiori, grazieroma, le grattachecche sulla spiaggia, gli occhioni dei gattini, due bimbi che si tengono per mano.

Ok, caro Lorenzo, ma tutto questo per dire cosa? A tutti piacciono i colori e il tepore dell’estate, tutti vogliamo bene alla mamma e alla fidanzata. Abbiamo capito che sei un ottimista irriducibile, ma hai presente i bisogni insoddisfatti, le necessità negate? Parlo di necessità primarie, non del bisogno di leccare un ghiacciolo quando il sole scotta. Ti domandi perché c’è gente che ha queste necessità? Ti chiedi mai da chi dipende? Ti è mai passato per la testa che c’è gente che per far valere i propri diritti deve lottare e che se si limita a sorridere non va lontano?

Lorenzo Jovanotti Cherubini non chiede: ringrazia. Il suo simbolo è uno smile. Uno smile, quelli che si usano nelle chat, una faccina tonda gialla sorridente su fondo azzurro. Non è una novità, mi dicono. Chiedo venia, non sapevo. Quindi la bandiera delle quarantamila persone che ieri sera cantavano in coro all’Olimpico, persone di ogni età, bambini e anziani, la bandiera di questo popolo è uno smile? Quarantamila persone che ringraziano senza chiedere null’altro?

In quasi tre ore di spettacolo, Lorenzo Jovanotti Cherubini salta, canta, si dimena. È instancabile. È anche bello starlo a guardare, orecchiare qualche motivetto di tanti anni fa. Ma oggi quest’uomo ha quasi cinquant’anni, eppure riesce a non dire nulla. Niente. Sul finale fa uno sforzo, un discorso buonista di fiorellini e stelle e speranze, e conclude urlando: “Ragazzi, ce la possiamo fare!”.
Scusa, Lorenzo: ce la possiamo fare a fare cosa?

Ed eccoci, inevitabilmente, alla politica, quella strana cosa a cui lo sciagurato popolo italico ha rinunciato ormai da anni. Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ha la potenza della grande star. Ma la spreca. È un segno dei tempi, il simbolo di questa stagione che non accenna a concludersi: le voci potenti lanciano sempre messaggi potenti, e ne portano la responsabilità. Possono fornire spunti di riflessione, oppure essere armi di distrazione di massa, corresponsabili della marmellata che ci inonda e ci disarma.

Sugli effetti speciali nulla da dire.

 

Grazie Paola per avermi invitato. Mi sono divertito, fuor di ironia. Ed è stato illuminante. Da un concerto così si impara molto, e si esce con una convinzione rafforzata: il mondo è ingiusto. Oggi più che mai bisogna ascoltare e comprare dischi impegnati e musicalmente validissimi. Un consiglio? Investite su Daniele Sepe. Lo sforzo di comprendere il napoletano vale la pena.