Gbad

La morte non è mai giusta, ma a volte sa essere davvero ingiusta. Se n’è andato un maestro vero. Sono state le sue storie e le sue tecniche a catapultarmi nel mondo delle grotte, venticinque anni fa. È grazie a lui che ho sognato – abbiamo sognato – a occhi aperti e nel buio più profondo, imparando un nuovo modo di essere curiosi e di porci domande.

Giovanni Badino era un amante della conoscenza, un esploratore a tutto tondo. Un amico accogliente, onesto, generoso. E uno scienziato come ce ne sono pochi: ricercatore poliedrico, innovatore, inventore. Con la testa in mille posti e i piedi saldamente ancorati a terra. Ha creato concetti e strumenti, ha disegnato territori che prima non esistevano. La speleologia non l’ha solo fatta: l’ha proprio esplorata, trasformandola per sempre.

Giovanni combatteva l’ignoranza con la grazia. Scrittore raffinato, poeta sensibile, amava la letteratura e recitava a memoria interi poemi, e Dante, e Omar Khayyam. La sua meticolosa conoscenza lo rendeva profondamente pragmatico e al tempo stesso spirituale. Perseguiva la cura del dettaglio, non sopportava il superfluo e l’approssimazione. Era spartano ed elegantissimo come solo può essere ciò che si è affinato col tempo.
Per lui ogni cosa era oggetto di ricerca. Che fosse la fisica dell’universo o la stabilità di un fornellino su una roccia, il modo di sopravvivere in un ambiente difficile o le dinamiche psicologiche di un gruppo di persone, Giovanni si gettava a capofitto nello studio, analizzava, avanzava ipotesi, proponeva soluzioni. E ne scriveva sempre. Non si è mai stancato di farlo.

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito impotenti alla sua riduzione fisica. Vederlo così ci faceva spavento. Ma lui no, non ha mai smesso di pensare e produrre febbrilmente, scrivere, accalorarsi, proporre, progettare. Anzi proprio nel buio ha trovato l’ispirazione e lo stimolo per illuminare di più e meglio.
La malattia lo mordeva infame, e lui non si è arreso. Era sempre presente, con la sua caratteristica andatura, dinoccolata e fiera. E il genio sagace, l’egocentrismo ironico tipico di gbad, come amava firmarsi.

Rivedo la sua espressione, quella smorfia dal sapore di sberleffo; mi risuonano in testa le telefonate telegrafiche e le chiacchierate fluviali di un grande affabulatore; la risata, le barzellette che raccontava per rendere produttive anche le attese inutili; rivedo la sua casa zeppa di libri e oggetti raccolti nei viaggi in tutto il mondo; eccola, quella tavola sempre imbandita, tra formaggi puzzoni, cordini, quaderni di appunti, strumenti digitali e ottimo vino. Sembra ancora qui, quel suo approccio profondamente consapevole e perciò privo di facili illusioni, eppure sempre meravigliato per ogni piccolo dettaglio. Ripenso a tutto ciò che avrebbe potuto ancora dire e scrivere e costruire, alle sintesi che gli restavano da fare, e provo rabbia.

Non siamo riusciti a fargli vedere stampato il libro ormai pronto. In quelle pagine c’è molto della sua vita, delle passioni a cui si è dedicato anima e corpo.
Qualche giorno fa in casa editrice lodavano i suoi testi. Gliel’ho scritto e mi ha risposto così:

“mi fa molto piacere
scrivo molto, e ne sono contento
periodo dolorosissimo ma anche felice

mi ricorda di quando mi ero stampato col deltaplano e mi sono scritto l’intro de Abissi Italiani su foglietti sulla pancia. Continua ad essere uno dei miei pezzi migliori.”

E la sua ultima mail ai soci La Venta aveva per oggetto una sola parola scritta in maiuscolo: ORGANIZZIAMOCI.

Questo era Giovanni. Una mente meravigliosa spinta da un motore potente e infaticabile. Che rabbia, sì, adesso. Che rabbia non poter pensare che stia chissà dove, esplorando altri grandi vuoti. Che indicibile rabbia e che ingiustizia che una persona così si sia spenta davvero. Troppo presto, con tutti quei progetti aperti nel suo immenso cantiere.

Ci lascia un mondo. E la responsabilità di coltivarlo.

 

 

Nelle foto: Giovanni a tavola durante lo Speleo Photo Contest in Garfagnana (Toscana, 2005) con alcuni degli amici coi quali qualche anno prima aveva condiviso la conduzione della Società Speleologica Italiana (è stato presidente dal 1994 al 1999). E, in alto, al lavoro senza sosta durante la navigazione su una barca nel sistema di grotte dell’Underground River a Palawan (Filippine, 2011).