Un festival per la ruralità

Bosco Chiesanuova è un piccolo paese della Lessinia, a una mezzora di macchina da Verona. A millecento metri di quota, è il posto giusto dove cercare refrigerio in giorni di caldo torrido. Non che qui faccia proprio fresco, ma almeno si respira aria di montagna. Si scorge da lontano il Corno d’Aquilio (1545 m), limite settentrionale della Valpolicella e contenitore di grandi grotte carsiche come la ben nota Spluga della Preta.

Ma quella che si respira a Bosco in questi giorni non è propriamente aria di cime, e nemmeno di caverne. Qui ogni anno, a fine agosto, approda una montagna speciale, un territorio fatto di ruralità e di vita all’aperto, di uomini e donne che abitano terre lontane, e di registi che raccontano queste storie.

Dal 1995, in questi paraggi si svolge il Film Festival della Lessinia, dedicato appunto alla montagna nell’accezione più ampia del termine.
Vita, storia e tradizioni in montagna, recita il sottotitolo. Del resto i film in concorso quest’anno parlano chiaro: accanto alle storie di montagna – quelle in cui le inquadrature sono occupate da neve, ghiaccio, pareti, profili affilati, fiumi impetuosi – sullo schermo scorrono vite vissute in territori lontani dagli uomini e dalle donne che li abitano.

È la ruralità, più che la montagna, il vero tema di questo festival.

Ne parlo con Alessandro Anderloni, direttore artistico della manifestazione. Lo incontro a un tavolino in Piazza del Festival, davanti al Teatro Vittoria. Intorno a noi c’è un brulicare di persone: registi, sceneggiatori, operatori e pubblico; alcuni sono arrivati qui da lontano, per partecipare a una settimana di proiezioni, dibattiti e seminari.

“Credo che il festival vada trovando gradualmente una sua identità”, dice Alessandro mentre sorseggiamo un mojito. “La parola ‘montagna’ comincia a starci stretta: non rende giustizia all’impostazione di questo festival, che di anno in anno va connotandosi in modo più chiaro”.

Qui infatti approdano storie che narrano di uomini e donne, dei territori rurali che abitano, delle difficoltà e delle contraddizioni di vivere oggi in quei contesti. La televisione, il cinema, le strade, le merci e il mercato si espandono inesorabilmente, penetrano in territori isolati solo fino a qualche anno fa. Li stanno cambiando, li cambieranno per sempre. Il compito del festival di Bosco Chiesanuova forse è proprio questo: dare spazio a chi vuole e sa raccontare questo cambiamento in atto. Il che non ha niente (o poco) a che vedere con la conquista di una cima, con la montagna vissuta come avventura. Per quello esistono già altri festival. Qui si fa un narrare che non punta alla meta ma racconta il viaggio mentre esso si svolge.

“E’ proprio così”, commenta Anderloni. “All’inizio eravamo in conflitto con l’altro festival, quello di Trento, anch’esso dedicato alla montagna. Ma pian piano noi stiamo trovando un’identità diversa, un approccio che ci piace nettamente di più. Credo che il futuro di questo festival sia proprio questo. Forse è giunto il momento che il nome stesso, Festival della Lessinia, diventi autosufficiente, non abbia più bisogno di un sottotitolo esplicativo. Chi viene qui, ormai sa bene che non proponiamo film di montagna nel senso tradizionale. E gli va bene così. Durante queste sere abbiamo proiettato lungometraggi che raccontano storie di pastori, di città, di valli. Sullo sfondo c’è sempre la vita rurale con le sue difficoltà e le sue contraddizioni, e questo al pubblico piace. Registriamo ogni sera il tutto esaurito, e per chi organizza un festival questa è la più grande soddisfazione”.

Questo è un anno strano. L’estate scalda e paralizza la pianura, ma non riesce a intaccare chi, come noi, trascorre questi giorni a mille metri di quota. Certo fa caldo anche qui, ma il bar del festival è un’isola felice. Qui si chiacchiera, si sfogliano libri, ci si scambia foto, racconti, sogni che potrebbero diventare progetti.

Il mojito è quasi finito. Lascio Alessandro ai suoi impegni pomeridiani.

Mentre scrivo queste righe ripenso a uno dei film visti l’altra sera. “Out of Thin Air”, di Samreen Farooqui e Shabani Hassanwalia. Due giovani registe indiane raccontano il Ladakh come nessuno l’ha mai fatto. Nessuna cartolina turistica, nessun linguaggio compiacente o compiaciuto, ma uno sguardo fresco e apparentemente amatoriale per un film che parla di film.
Nella città di Leh è nata un’industria cinematografica che, con risorse quasi nulle, imita le grandi produzioni di Bollywood. Per farlo coinvolge gli abitanti stessi della città, persone che nel quotidiano conducono vite normali: tassiti, falegnami, autisti, insegnati, casalinghe, persino monaci. Con un approccio apparentemente amatoriale, girato cioè con tecniche proprie delle produzioni che intende raccontare, il film offre uno squarcio inedito di un paese bellissimo come il Ladakh, delle sue montagne, delle sue valli e dei fiumi impetuosi che le percorrono.

Si esce dalla sala col sorriso sulle labbra, e con la voglia di vedere altri film che sanno parlare dei luoghi in modo nuovo e fresco.

Natalino Russo, Bosco Chiesanuova (Verona, Italy)

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Badge & Co. Boscochiesanuova, 2012