Un anno con la Olympus OM-D

Monaco russo sulla vetta del Monte Athos

Sulla vetta del Monte Athos

Quello che si è appena concluso è un anno di novità fotografiche, almeno per quanto mi riguarda. Negli ultimi dodici mesi ho cominciato a sperimentare il sistema Micro Quattro Terzi, che utilizza un sensore di dimensioni ridotte rispetto al full frame, e già rodato per alcuni anni sulle reflex digitali serie E di casa Olympus. Le principali novità del nuovo sistema sono l’assenza di specchio (queste fotocamere si chiamano, appunto, mirrorless) e la presenza di un mirino elettronico in sostituzione di quello ottico.
Il consorzio Olympus-Panasonic è stato il primo a scommettere su questo nuovo filone, e già da qualche anno produce fotocamere piccolissime con obiettivi intercambiabili. Ma con quali risultati?

Finora ho provato la Olympus OM-D E-M5, di dimensioni e peso pressoché dimezzati rispetto a una reflex. Il vasto parco obiettivi disponibile offre grande versatilità e ne fa un vero e proprio sistema, completo di illuminatori elettronici e altri accessori. Sulla E-M5 ho utilizzato diversi obiettivi, dal supergrandangolo 9-18mm/4-5.6 all’eccellente 12mm/2, dall’obiettivo da ritratto 45mm/1.8 al tele 75mm/1.8. La qualità di queste lenti, peraltro garantita dal marchio M.Zuiko, combinata col sensore m4/3 dà risultati strabilianti.

Ma non vi tedierò coi numeri, le tabelle e le comparazioni di un’analisi tecnica; la rete ne è piena, e i siti specializzati sono pressoché unanimi nel riconoscere a questa macchina un livello qualitativo elevatissimo. Qui mi limiterò agli aspetti che —assodata la qualità— fanno di una fotocamera uno strumento di lavoro: usabilità, velocità, robustezza, affidabilità.

Fin dai tempi della fotografia analogica, quella coi rullini, gli sviluppi e tutto il resto, le buone fotografie si facevano —e si fanno— con la testa e con le gambe. L’attrezzatura era —è— lo strumento che consente al fotografo di esprimersi, come il pennello per il pittore, lo scalpello per lo scultore, la penna o la macchina da scrivere per lo scrittore; lo strumento non basta, ma può fare la differenza.

Per le mie storie, sono spesso in giro con penna e taccuino, e ho sempre avuto necessità di avere con me una macchina fotografica: anche prima che la fotografia diventasse per me un lavoro, utilizzavo questo strumento per prendere appunti. Fotografare mi aiuta a pensare. Per questo motivo ho sempre cercato strumenti che fossero usabili (progettati da chi di fotografia se ne intende, quindi con comandi facilmente accessibili), veloci (l’accessibilità ai comandi è già di per sé un ottimo modo per rendere veloce una macchina, ma è importante anche la rapidità di risposta), robuste (costruite con ottimi materiali e assemblate con cura) e di conseguenza affidabili (cioè che non ti mollino sul più bello). Uno strumento che si guasta mentre stai lavorando è inutile almeno quanto uno troppo lento e complicato. Semplicemente non può essere uno strumento di lavoro.

Nel momento in cui ho messo le mani sulla Olympus E-M5 ho capito che mi ci sarei trovato bene. Non mi sembrava vero: finalmente una macchina fotografica che non mi spezzava il collo a portarla in giro, e non mi piegava la schiena con lo zainone necessario a trasportare gli obiettivi. La E-M5 prometteva molto, tuttavia ero un po’ scettico sulla qualità del sensore. Sicché prima di scriverne ho atteso di provarla in diversi ambienti e situazioni: l’ho portata con me in viaggio, in montagna e dentro le grotte, sotto la pioggia, in posti polverosi, tra la folla e a spasso per metropoli e villaggi sperduti. Ci ho lavorato con tranquillità davanti a placidi paesaggi e di fretta durante scontri di piazza, ho alzato gli Iso e smanettato con tutte le funzioni, ho messo a fuoco a mano e in automatico, e quasi sempre sono stato soddisfatto dei risultati.

Le dimensioni contenute rendono questa fotocamera un po’ problematica da usare con grossi guanti, e inoltre il tasto di accensione si trova in una posizione un po’ infelice, in basso a destra. Poi il sensore: per quanto generose e lontane anni luce da qualsivoglia compatta, le dimensioni non sono comparabili con quelle di una full frame. Ciò non ha implicazioni sulla qualità, bensì sulla possibilità di controllare la profondità di campo, ma di questo parlerò in un altro articolo. Intanto, dopo un anno di utilizzo intenso, posso garantire che le dimensioni del sensore non costituiscono un limite per il lavoro di un professionista, e che la profondità di campo la si controlla usando ottiche luminose. In sintesi: i vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi.

«Ma in una fotocamera digitale il sensore è tutto!», avrete appena esclamato. È vero, ma dentro la E-M5 c’è un sensore a dir poco eccezionale: riesce a catturare anche la luce flebile, lavora benissimo alle alte sensibilità, è profondo nei neri e inciso nelle alte luci, ha un dettaglio strepitoso che  —mi perdonerete l’iperbole— fa invidia anche alla rinomata full frame Nikon D700.
L’elettronica è impacchettata in un corpo piccolo, reattivo e maneggevole, soprattutto con l’aggiunta del grip. L’assenza del mirino ottico richiede un po’ di abitudine, ma basta guardare nell’oculare per apprezzare il vantaggio di avere un ottimo live view a portata di occhio. Inoltre lo schermo posteriore Oled è orientabile e rende comodissime le riprese in posizione rialzata (ad esempio tra la gente) o ribassata (la fotografia di reportage o marco, le inquadrature inusuali).

Il corpo macchina è interamente in metallo, quindi solido e stabile, ma al tempo stesso leggero. È interamente sigillato, il che rende la macchina adatta agli ambienti polverosi e umidi, che in questi mesi ho frequentato molto. La mia E-M5 l’ho trasportata comodamente in un borsino o in un marsupio; niente a che vedere coi grandi zaini con cui ho dovuto convivere a lungo.

Qualche anno fa ero con Fabrizio Ardito in giro a fotografare le spettacolari cattedrali romaniche della costa pugliese. In una di queste, per riprendere i mosaici chiedemmo il permesso al parroco. Ci rispose: «Certo che potete, ma non queste attrezzature professionali». Avevamo cavalletti, corpi reflex e grandi obiettivi. Con una Micro Quattro Terzi non saremmo stati riconosciuti come professionisti, e avremmo avuto vita facile. Lo vedo quotidianamente anche nella fotografia di reportage, tra la gente: se la fotocamera che tengo appesa al collo è piccola e discreta, le persone sono più disponibili non solo a lasciarsi ritrarre, ma anche a raccontare storie.
La scorsa primavera, con Fabrizio e altri amici, durante un trekking nella penisola greca di Monte Athos siamo saliti fino alla cima della montagna, a oltre duemila metri di quota. Ci siamo arrivati in una tappa sola, partendo quasi dal livello del mare: sarebbe stato quantomeno scomodo portare fin lassù l’attrezzatura reflex, ma neppure potevamo rinunciare a scattare fotografie. Abbiamo risolto portando con noi delle mirrorless. E lì, in cima a quella montagna fantastica, abbiamo assistito allo spettacolo del tramonto: man mano che il sole scendeva, l’ombra della montagna si allungava nel mare fin quasi a raggiungere la costa turca. Proprio in quel momento un monaco russo si è arrampicato sulle rocce ed è rimasto lì a guardare il panorama. È stato un momento magico, che avrei perso se non avessi avuto nella tasca della giacca una fotocamera all’altezza della situazione, o se ne avessi avuta una “troppo all’altezza”: se gli avessi puntato contro un cannone, il monaco non si sarebbe lasciato ritrarre.

Fosse anche solo per questo, la Olympus E-M5 è uno strumento potentissimo. Mi ha restituito la voglia di fotografare.

La mia configurazione preferita è col 17mm/1.8, che ha una focale equivalente di 34mm, perfetta per la fotografia di strada e per il reportage. È così che, ormai da un anno, questa fotocamera ce l’ho sempre in borsa. Ehem… in tasca.

Col nuovo firmware le prestazioni sono ulteriormente migliorate: è ora possibile ridurre la dimensione dei punti di messa a fuoco e abbassare la sensibilità fino a 100 Iso.
E da poco sono state presentate la «Olympus E-M1» e la «Olympus E-M10». Restate sintonizzati.