Trasporto pubblico

“E mi raccomando, signora: il giorno dell’intervento si faccia accompagnare, perché non potrà guidare”.

L’infermiere consegna alla donna la documentazione, la saluta con gentilezza, chiama il prossimo paziente. Una scena ordinaria, per un ospedale. Peraltro moderno, pulito, efficiente come il San Pietro di Roma. Strutture come questa aprono uno spiraglio nel panorama sconfortante dei servizi pubblici italiani. Finalmente un posto che funziona. È tutto in ordine, non ci sono cartelli scritti a mano e attaccati ai muri usando cerotti, le porte non sono tenute da lacci emostatici slabbrati, le sale d’attesa non sono puzzolenti e buie, le sedie non sono rivestite di scritte e riparate usando garze, i bagni sono puliti. Sembra finalmente di essere in Europa.

Fino a quella frase che l’infermiere, peraltro scrupoloso e cortese, ha detto congedandosi dalla paziente: “Si faccia accompagnare perché non potrà guidare”.

Una raccomandazione ordinaria, per un ospedale. Evidentemente non c’è altro modo di raggiungerlo se non usando l’automobile. O meglio: altri modi non sono contemplati nell’orizzonte mentale di quest’infermiere diligente, di questa signora degente e, purtroppo, nell’immaginazione della maggior parte degli italiani.

“Con l’espressione trasporto pubblico si intende l’insieme dei mezzi di trasporto e delle modalità organizzative che consentono ai cittadini di esercitare il proprio diritto alla mobilità servendosi di mezzi non di proprietà” – da Wikipedia).

Natalino Russo, Roma.

Nella foto: Metropolitana di Berlino, 2011.
Disco del giorno: Goodbike, Tetes de Bois.