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Tempo e diaframma

Recentemente sono stato invitato a raccontare il mio lavoro di fotografo e giornalista. Twenty minutes speech. Questo il titolo della rassegna promossa dalla Banca Capasso. Venti minuti per raccontare un’esperienza attraverso storie e immagini.

La mia avventura è iniziata quando da bambino mi portavano a passeggiare sui monti del Matese. Era il tempo dei primi esperimenti con una macchina fotografica Bencini Comet II (quella che si vede nell’apertura del video – la foto è di Luigi Russo). La curiosità mi ha spinto poi a esplorare grotte: prima sul Matese, poi in altre montagne sempre più lontane. Ci si è messo anche il mio percorso universitario a darmi nuovi stimoli. Sicché ho unito la passione per la natura a quella per il viaggio, la scrittura e la fotografia. E ho deciso di farne un lavoro. La mia conferenza si intitola Tempo e diaframma, e racconta questo viaggio.

Ringrazio Salvatore Capasso, anche lui viaggiatore irrequieto, per l’entusiasmo con cui progetta e finanzia questi eventi; e Pietro Savastano per la perizia con cui ne cura l’organizzazione. E ringrazio il pubblico che ha riempito la sala del cinema Cotton di Piedimonte Matese.

 

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Mexico

Natalino Russo 100424.7032  Le scoperte effettuate vengono accuratamente annotate sui quaderni di spedizione, che confluiscono nell'archivio dell'associazione
Appunti durante l’esplorazione della selva. Foto © Natalino Russo/La Venta

Domani comincia la spedizione «Chiapas 2014», diretta al canyon del Río La Venta e alla Selva El Ocote, nel sud del Messico. Questa è la mia ottava volta laggiù, ma sono emozionato lo stesso, como un niño con zapatos nuevos, come ogni volta che mi ritrovo a fare lo zaino per andare da qualche parte.

Saremo un bel gruppo assortito: una quindicina di italiani, sei messicani, uno spagnolo. Ci divideremo in più campi, per esplorare parti di foresta in cui, studiando le foto aeree, abbiamo individuato probabili ingressi di grotte; per ultimare la documentazione delle grotte che abbiamo esplorato negli ultimi anni; per lavorare insieme ai locali e alla Reserva de la Biosfera Selva El Ocote, con cui portiamo avanti i progetti di tutela e didattica ambientale dell’associazione La Venta e del neonato Centro de Estudios Kársticos La Venta.

Ma sono soltanto pretesti. Scuse per partire, per andare incontro alla meravigliosa complessità del mondo, per fare il pieno di immagini e tornare a raccontarle.

A proposito, è appena arrivata la nuova fotocamera Olympus EM1, sorella maggiore della già collaudata EM5. Hanno entrambe un posticino riservato nel bagaglio, insieme a una serie di obiettivi M.Zuiko: lo zoom supergrandangolare 9-18mm/4-5.6, il versatile 12mm/2, il ritrattistico medio tele 45mm/1.8, il tele 75mm/1.8 e l’eccellente 17mm/1.8 che va a nozze col reportage. Il tutto sta in un borsino minuscolo.

Il bagaglio però non è mica pronto. Lo sarà solo poche ore prima della partenza. Per il momento c’è la solita lista di oggetti da portare. Insomma c’è l’indispensabile; resta solo da caricare il superfluo, che è la parte migliore.
Per esempio i libri, tra cui: Exit strategy di Walter Siti, che non ho fatto in tempo a finire, e La nobile arte di misurarsi la palla di Amleto de Silva, che non vedo l’ora di cominciare. Ovviamente mi porto anche Il respiro delle grotte, che da quando è uscito non ho ancora riletto. E poi la musica: Canzoniere illustrato di Daniele Sepe, che ormai è consumato, e D’amore e di altre cose irreversibili di Flo, che si consumerà.

Hasta pronto.

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Addio a Bruno Boschin

Deserto. Tunisia
Tunisia, 2007

L’ultima volta che sono passato a salutarlo, una decina di giorni fa, non c’era. Avevo poco tempo e non l’ho aspettato. Tanto ripasso, ho pensato.
Bruno Boschin, fondatore della storica Libreria del viaggiatore, è morto la scorsa notte. Giovanissimo e con tante idee ancora da realizzare.

A Roma, a due passi da Campo de’ Fiori, c’è la libreria perfetta: pochi metri quadrati, una selva di libri, mappe e storie del mondo. E fino a ieri c’era il libraio perfetto. Grazie a lui mi sono legato a questa città prima ancora di venirci a vivere. Ogni volta che devo scrivere una guida o un articolo su qualche paese, faccio un salto in via del Pellegrino 78. Questo posto è una miniera di informazioni e ispirazioni, e soprattutto di sguardi.
«Per te ci vuole questo» diceva Bruno con la sua calma serafica, e mi metteva in mano un romanzo o una raccolta di racconti. «Poi dimmi cosa ne pensi».

Ci intrattenevamo in lunghe chiacchierate. Mi domandava dei miei progetti e mi raccontava i suoi, di viaggiatore stanziale. Parlavamo di scrittura e di lettura, di titoli, di copertine, e di prezzi e di mercato editoriale, del suo sito web in costruzione; facevamo conti e bilanci e previsioni, ci guardavamo intorno, vaneggiavamo di eventi e serate.
Bruno aveva occhi liquidi, e un sorriso incoraggiante a cui devo molto.
Ricordo quando mi invitò a presentare un mio libro nel minuscolo cortile della libreria. Era una delle mie prime presentazioni: venne molta gente e mi emozionai. A un certo punto arrivò Stefano Malatesta; estrasse un cartoccio sgualcito da una tasca della giacca: conteneva del formaggio, pestilenziale e buonissimo, un tocco di pane, un coltello a serramanico. Aprimmo una bottiglia di vino e rimanemmo a parlare di luoghi, di partenze e di ritorni.

Sensibile e colto, Bruno ha creato un punto di riferimento per ogni viaggiatore: la sua libreria è un crocevia di sogni, un emporio di idee avventurose, come amava dire. Da questa fucina è nato anche il «Festival della letteratura di viaggio», che si tiene ogni anno a Villa Celimontana.

Bruno Boschin se n’è andato. A noi, lettori e viaggiatori che lo abbiamo conosciuto, non resta la consolazione che sia partito per un viaggio: è scomparso, e lascia un grande vuoto. Pieno di libri e di storie.

Grazie Bruno.
Natalino.

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In fondo al tunnel

Gouffre de la Pierre-Saint-Martin. Pyrénées-Atlantiques, France.
Gouffre de la Pierre-Saint-Martin. Pyrénées-Atlantiques, France.

È un bel pomeriggio d’inverno. Visto che c’è il sole, il signor Mohole ha deciso di andarsene fuori città, in cerca di paesaggi da fotografare. Prende il suo armamentario fotografico e si mette in macchina. Via, verso la campagna.

Dopo le ultime case di periferia, la strada asseconda le colline, serpeggia morbida una curva dopo l’altra.
«Che giornata», pensa Mohole.
Il cielo terso riempie il parabrezza. La campagna scorre nei finestrini, come un film.
Il signor Mohole accende l’autoradio, ci infila un disco di musica jazz. «Che luce» pensa, pregustando le fotografie che scatterà. E prende a tamburellare le dita sul volante.

Di tanto in tanto l’automobile sobbalza sulle irregolarità dell’asfalto, ma il paesaggio è sempre lì, in posa per farsi ritrarre.
La strada si infila in una breve galleria, ma la luce è là in fondo, gli occhi di Mohole non fanno in tempo ad abituarsi al buio che già sono nuovamente inondati di sole. A destra le colline si alzano in montagne, a sinistra si apre una vallata verde. Ecco un’altra galleria. Stavolta è più lunga, non se ne intravede l’uscita; in alto, sulla volta di cemento, c’è una fila di lampade gialle, disegna nel parabrezza un tratteggio ritmato. Il signor Mohole alza un po’ il volume della musica.
È lungo, il tunnel, ma ecco una nuova esplosione di luce: da una parte la valle, dall’altra le montagne. E davanti, un’altra galleria. Anche questa lunghetta. La fila di lampade gialle, la luce in fondo, il sole. Va abbassandosi, il sole, man mano che il pomeriggio avanza.
Mohole canticchia a tempo di jazz: «Colori là fuori, la fuori colori». Guida e canta: «Prati colline e sole, dududù tadà». E intanto infila un’altra galleria.
Stavolta è proprio lunga: le luci gialle cadenzano, ritmicamente, il rettilineo. La galleria curva leggermente a destra, poi torna dritta. È lunga, ma finirà.
E infatti a un certo punto finisce, e adesso la luce è proprio bella: le ombre si sono stirate, è il momento ideale per scattare fotografie.
«Tra un po’ mi fermo», dice Mohole tra sé e sé.

Ma comincia un’altra galleria. Lunghissima. È una canna di fucile, si perde all’infinito. Mohole spinge sull’acceleratore, il ritmo delle luci gialle aumenta, ma la galleria sembra non finire più.
Poi la musica si ferma, il disco è finito. Resta solo il rombo del motore, l’automobile lanciata a tutta velocità.

La fila di luci gialle s’interrompe, finalmente. Ecco l’uscita dal tunnel. Ma intanto è calata la notte.

 

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Carta e penna

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Se vi piace scrivere, prendere appunti, raccontare, non potete prescindere da due strumenti: carta e penna. Sì, ok, serve anche la testa, ma non ve ne fate nulla di una buona testa se non avete una penna comoda e un quaderno accogliente.
Che siate grandi viaggiatori o stanziali inschiodabili, il vostro quaderno degli appunti deve farvi sentire a casa: ve ne state sbracati sul divano o appollaiati sotto un albero in capo al mondo, aprite il quaderno e, prodigio, eccovi proiettati nel vostro studio, comodamente seduti alla scrivania.
Ci sono viaggiatori che, per sentirsi a casa ovunque, hanno imparato il cielo: riconoscere le stelle gli mette sulla testa sempre lo stesso tetto, un tetto familiare; e ce ne sono altri, di viaggiatori, che gli basta aprire il loro quaderno per sentirsi in un posto accogliente, anche se in quel momento si trovano su un treno affollato, in mezzo alla foresta o in uno squallido bar di periferia.

Tra le mie svariate manie, c’è quella di cercare e affinare i miei strumenti di scrittura. Soprattutto carta e penna, anche se sono un forte utilizzatore di computer. Mi piace prendere appunti a mano.
Fra tutti i quaderni provati finora, i migliori sono i tedeschi Leuchtturm1917. La mia versione preferita è la «Medium A5», con copertina rigida e ben 248 pagine.
Chiusura con elastico, pagine rilegate a filo refe, segnalibro e tasca in terza di copertina. Questi quaderni hanno l’aspetto del classico «moleskine» ormai tanto di moda, ma con l’aggiunta di qualche dettaglio per niente marginale: l’elastico è durevole, cioè non si smolla; la carta è seppiata, liscia e sottile, piacevolmente leggera e un po’ trasparente; ma soprattutto le pagine sono numerate e all’inizio del quaderno c’è uno spazio per l’indice.
Un quaderno è per me uno strumento di lavoro — ne ho riempiti più di cento: quaderni tematici, dedicati cioè a un singolo viaggio o argomento, che non hanno bisogno di un vero e proprio sommario; e zibaldoni, tavolozze, soffitte di materiali accatastati. Questi ultimi sono utili solo se posso ritrovare quel che vi ho annotato, anche dopo anni. Le pagine numerate mi consentono di fare rimandi interni, e collegamenti tra più quaderni. Un hyperlinking ante litteram che in passato ho fatto numerandole a mano, le pagine.
In questo modo i miei quaderni sono tutti collegati tra loro, come case comunicanti.

Ma il mio vezzo non si esaurisce coi quaderni. Del resto se uno è matto, lo è del tutto: vi pare che non ho fisime anche con le penne? A sfera e stilografiche e con gli inchiostri più svariati, dalla china al gel, penne pesanti, leggere, spesse, sottili, in plastica e in metallo, a scatto e col cappuccio. Ma mi ritrovo a scrivere sempre con una Bic. Colore blu, versione Mexico.
Sì perché, tra le infinite versioni di questa celebre penna, quella prodotta in Messico è diversa: sarà per la sfera, o per l’inchiostro più saturo, la Bic messicana scrive senza quella fastidiosa sbavatura biancastra che solitamente affligge le Bic.
Utilizzo sia la versione «Cristal», con fusto trasparente e punta media (1mm), sia la «Naranja», con fusto giallo-arancio e punta sottile (0,7 mm). Quest’ultima corrisponde al ben noto modello «Orange», che però in Europa si trova ormai quasi solo nella versione «Grip», dotata di una fastidiosa gommatura nella parte anteriore.
Il modello Naranja è comodissimo per scrivere, ma anche per abbozzare disegni e piantine di luoghi e città; il Cristal, dal tratto appena più largo, torna comodo per ripassare i tratti principali dei disegni, o per evidenziarne alcune parti.
Come si riconoscono le Bic messicane? Facile: su uno dei lati del fusto esagonale, vicino al tappino posteriore, è stampigliata la scritta «MEXICO».
Lo so, a questo punto state pensando che io sia un maniaco. Ma date un’occhiata qui.

Raccontare usando solo carta e penna sarebbe come cucinare con solo aglio e olio. Molto utili, complementari e talvolta indispensabili, sono strumenti che sembrano non avere niente a che fare con la scrittura: un paio di scarpe comode e adeguate alla situazione, un cappello per il sole o per la pioggia, un paio di guanti o di muffole con le dita apribili, una borsa o un comodo zainetto, magari un ombrello, del nastro adesivo, e così via.
Poi ci sono gli strumenti tecnologici veri e propri: macchina fotografica, computer portatile, registratore audio, gps, smartphone. La lista sarebbe lunga, e variabile a seconda dei casi. Ma ne scriverò in un prossimo post. Per oggi ne avete abbastanza, di motivi per darmi del matto.

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In viaggio nelle grotte

L’ingresso di una grotta sulle pareti della Forra del Titerno, Matese (Italia).

Da oltre dieci anni scrivo per il web e per la carta stampata, e faccio libri e guide. Buttar giù parole, e pronunciarle in pubblico, come si suol dire, è il mio mestiere. Vivo di questo. È una professione artigianale, che svolgo nel privato del mio laboratorio, ma che spesso presento davanti a molta gente. Col pubblico ho una certa dimestichezza, insomma.

Eppure alla prima presentazione de Il respiro delle grotte, durante l’incontro internazionale di speleologia di Casola Valsenio, un mese fa, ero proprio emozionato. Il palco del Teatro Senio era immerso nell’atmosfera magica di Speleopolis: davanti a me, nel buio della sala, brillavano centinaia di occhi di speleologi, compagni di esplorazioni e avventure in giro per il mondo. Sapevo di essere a casa, avvolto in una grande famiglia, ed era proprio questo a mettermi apprensione: presentavo agli speleologi un libro di speleologia. Come vuotare un sacco di farina in casa del fornaio.
Se è andata bene, è stato merito di Max Goldoni, che ha letto brani del libro, e del maestro Daniele Faziani, che li ha musicati col suo sassofono morbido e profondo. Grazie.

Questo libro l’ho dedicato alla passione che mi trascina da oltre vent’anni, e che ha segnato e cambiato la mia vita: la speleologia. Varcai la porta del mondo sotterraneo nel lontano inverno del ’92, col Gruppo Speleologico del Matese, e da allora non ho più smesso. Il richiamo del buio è irresistibile. Andar per grotte è molto più che cacciarsi dentro budelli stretti, al freddo, al buio, in posti umidi e lontani dal sole. La speleologia è soprattutto esplorazione. È entrare in luoghi mai visti, percorrerli e illuminarli per la prima volta.
Se escludiamo la perlustrazione del fondale degli oceani, l’attività degli speleologi è l’ultima frontiera dell’esplorazione geografica sul pianeta Terra. Le montagne sono state tutte salite, e comunque fotografate dai satelliti. Per trovare posti nuovi occorre andare nello spazio; e pure lì, entro certi limiti, si va verso luoghi già individuati, posizionati. Quando l’uomo mise piede per la prima volta sulla Luna, calpestò una superficie che aveva già osservato, seppure a distanza.

Le grotte no: prima che qualcuno ci entri per la prima volta, praticamente non esistono. Sono luoghi completamente sconosciuti: nessuno li ha mai visti prima. Lo studio di una montagna può farne supporre l’esistenza, si possono fare ipotesi sulla lunghezza e sulla profondità degli abissi che vi si celano, ma non si può stabilire se essi siano accessibili o percorribili, quanto siano estesi, se siano stretti o larghi, asciutti oppure allagati. Hanno grandi ambienti? si sviluppano in gallerie orizzontali o inclinate? precipitano in pozzi vertiginosi? No, delle grotte non si può sapere nulla, prima che qualcuno le esplori. La speleologia aggiunge pezzi nuovi alla geografia del mondo noto.

Più volte, questa attività è stata definita grossolanamente «alpinismo all’ingiù». Ma no, l’alpinismo non c’entra proprio niente. Con la speleologia ha in comune soltanto qualche attrezzatura. Per il resto, sono due mondi immensamente diversi: l’alpinista punta a raggiungere la vetta; lo speleologo, invece, il fondo vuole superarlo. Andare oltre una vetta non è possibile, perché la vetta è il punto più alto di una montagna, il luogo più elevato raggiungibile; ed è un punto noto. Il fondo no: è il posto più lontano che sia stato raggiunto dentro una grotta, è un limite esplorativo, e spesso lo si può superare. Il fondo non è l’opposto algebrico della vetta, come la profondità non lo è dell’altezza.

Per lavoro viaggio molto. Ho imparato a godere di una partenza, a sentirne il sapore agrodolce, quel misto di spinta e resistenza, di entusiasmo muscolare e al tempo stesso mollezza nelle gambe, quella voce interiore che invita ad andare, contrapposta all’altra, che chiede di restare. Conosco piuttosto bene l’ebbrezza del vagare, del vedere posti nuovi, di descriverli, fotografarli per poi raccontarli; mi piacciono i giorni girovaghi in cui l’unico compito è quello, appunto, di stare in giro, e l’unico debito da saldare è con la mia curiosità. Ho imparato anche il piacere di tornare, perché è il ritorno, in fin dei conti, l’anima del viaggio: senza la prospettiva del ritorno, una partenza avrebbe ben poco fascino, e sarebbe soltanto fonte di ansia.
Ecco, da viaggiatore per così dire di professione, mi prendo la licenza di affermare che la speleologia esprime la massima sintesi del viaggiare. Anche una semplice escursione – chiamiamola così – in grotta, racchiude in sé tutti gli elementi del viaggio: la partenza/ingresso, il vagare in posti nuovi, il ritorno/uscita. L’ingresso e l’uscita di una grotta, sono per lo speleologo lo stesso posto; come per il viaggiatore la porta di casa. Il viaggio comincia a casa, ed è a casa che finisce. Quando varchiamo la soglia di una grotta, noi speleologi la chiamiamo ingresso; e quando la varchiamo nuovamente in senso opposto, al ritorno, la chiamiamo uscita. Cosa facciamo, quindi, dentro le montagne? Viaggiamo, nel senso più proprio del termine.

Non è un caso che questo libro sia ospitato in una collana intitolata «Piccola filosofia di viaggio». L’editore Ediciclo l’ha mutuata dalla «Petite philosophie du voyage» della francese Transboréal. Il format italiano è identico: stessa grafica di copertina, stessa impostazione generale, numero di pagine fisso: novantasei.
È stato soprattutto lo spazio a disposizione a condizionare il mio lavoro. Non soltanto era pochissimo, ma anche prestabilito. Questo gioco, che inizialmente mi era apparso come un limite (riuscirò a farci stare tutto ciò che ho in mente?), si è rivelato invece un notevole aiuto: obbligato alla sintesi, ho dovuto asciugare e puntare al sodo. Quel che ne è venuto fuori non è proprio il libro che avrei voluto scrivere, ma gli si avvicina. Per il momento, lo ritengo il mio piccolo manifesto speleologico.

 

L’idea del libro è nata la scorsa primavera. Vittorio Anastasia, editore puro come ce ne sono pochi in Italia, evidentemente non pentito di avermi già pubblicato un libro qualche anno fa, mi ha mostrato la collana e, col suo fare proiettivo, mi ha chiesto: «Come lo vedresti un titolo sulle grotte?».
Da allora ho cominciato a pensarci. Nella memoria recavo impressa una gran quantità di appunti virtuali, oltre a quelli sparsi su decine di taccuini. Si trattava di tirare le somme, e di trovare il tempo per scrivere. Questo tempo l’ho trovato durante il campo speleologico sul Matese, l’agosto scorso. Mi ci è voluta una settimana, più o meno, per trasformare gli appunti mentali in annotazioni nero su bianco. Ho lavorato all’ombra della faggeta che mi è cara, a pochi metri dalla grotta in cui era ambientata la storia che volevo raccontare: l’abisso di Pozzo della Neve. L’atmosfera era quella giusta, con gli amici speleo che andavano e venivano, e il respiro della grotta proprio lì; potevo sentirlo, portato dallo svolazzare serale dei pipistrelli, e dal rincorrersi dei ghiri sui rami.

Nelle intenzioni iniziali dell’editore, il libro doveva essere un saggio, ma è venuta fuori una via di mezzo tra un racconto e un pamphlet. La stesura vera e propria l’ho fatta a settembre. Ho messo in pausa altri lavori, e in una settimana ho finito.
Per scattare una fotografia non ci vuole un quindicesimo, o un sessantesimo, o un millesimo di secondo, ma molto, molto più tempo; a volte una vita intera. E così, anche se uno butta giù un libro in una settimana, sicuramente ci ha lavorato a lungo. A questo, io ho dedicato una ventina d’anni.

Visto che il format del libro non prevedeva la possibilità di inserire ringraziamenti, li metto qui. La mia riconoscenza va alle decine, centinaia di speleologi che ho incontrato in tutti questi anni, quelli con cui ho condiviso il silenzio del mondo sotterraneo, quelli con cui ho costruito emozioni e sentimenti, quelli con cui ho viaggiato in paesi lontani, quelli che ho incontrato intorno a un tavolo. E ringrazio Paola Roli, che, da non speleologa e forse proprio per questo, ha saputo darmi quelle due o tre dritte che mi hanno aiutato a confezionare il libro in così poco tempo.

 

copertina

Il respiro delle grotte
Piccole divagazioni sulla profondità
Ediciclo editore, Collana Piccola filosofia di viaggio, 2013
96 pp., € 8,50 – ISBN: 978-88-6549-099-0
Segui il libro su Facebook e acquistalo scontato su Amazon

 

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Transumanti a pedali

Località Frattura. Scanno, 2012
Località Frattura. Scanno, 2012

Eccoci qua. Domattina si parte per L’Aquila. In bicicletta. Sarà una transumanza a pedali, una lunga e bella pedalata tra i monti abruzzesi per raggiungere, da Roma, il centro della città che quattro anni fa è stata colpita dal terremoto, e che ancora stenta a riprendersi. La ricostruzione del suo centro storico è un’impresa complessa, che richiede un’attenta riprogettazione. Quale migliore occasione per ripensare una città a misura d’uomo, libero dalla schiavitù dei mezzi a motore privati, un luogo aperto a chi preferisce spostarsi a piedi e in bicicletta?

Sabato sera, 22 giugno, suoneranno in piazza i Têtes de Bois, il noto gruppo musicale romano, storicamente legato alla bicicletta. L’energia della serata sarà fornita da un gruppo di ciclisti: ciascuno con la propria bici, i pedalatori forniranno elettricità al palco. Lo spettacolo si chiama, appunto, Palco a pedali. Un’operazione che a prima vista può apparire bizzarra, ma che ha un preciso significato politico: proporre, sostenere e difendere l’idea che una mobilità diversa sia possibile. Il che, a ben vedere, non è solo un’aspirazione velleitaria e un po’ snob, ma una proposta alternativa, una rivendicazione di spazio e, tutto sommato, di classe.

Cosa c’entra la bicicletta con la lotta di classe e con tutti quei concetti stantii e superati? Venite a L’Aquila e ne parleremo.

Noi partiamo domattina, venerdì 21, da Roma. Tappa domani sera all’ostello di Contigliano, per arrivare a L’Aquila sabato pomeriggio, insieme a un gruppo di camminatori che arriverà dall’Emilia. In tempo per il concerto.
Se non ve la sentite di pedalare per due giorni e su quasi mille metri di dislivello, potete raggiungerci in un punto qualsiasi del percorso. Anche pochi chilometri prima della città.

 

 

Il progetto della Transumanza a pedali nasce da un’idea di Andrea Satta ed è andato crescendo negli ultimi mesi in diversi incontri romani e aquilani. L’iniziativa è promossa da: Têtes de BoisActionAidA SudCircolo Arci QuerenciaComitato 3e32Gruppo di AQuisto SolidalePiazza D’ArtiFIAB e ha il patrocinio del circuito Wigwam.

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Ritorno in Norvegia

Un capodoglio al largo di Andenes. Vesteralen, 2009
Un capodoglio al largo di Andenes. Vesteralen, 2009

Tra una decina di giorni torno a lavorare in Norvegia. La prima volta ci sono stato oltre vent’anni fa, nel ’91: un viaggio a Capo Nord col vecchio e infaticabile Fiat Ducato rosso, quello di tanti viaggi con mamma e papà in giro per l’Europa. Vacanze. Un mese a zonzo per le strade di Norvegia e Svezia. Fu un viaggio così bello che due anni dopo eravamo di nuovo lì, per vedere posti diversi ma comunque in Scandinavia, Norvegia soprattutto. L’ultima volta invece è stato nel 2009: isole Lofoten e Vesteralen. Due posticini niente male.

Ero andato per realizzare servizi poi pubblicati sulla rivista PleinAir e sul mensile spagnolo Altaïr. All’inizio del 2010 alcune immagini sono state selezionate ed esposte a Milano, in via Dante, nella mostra Norway. Powered by nature, organizzata da Innovasjon Norge, l’ente norvegese per il turismo. Oltre alle mie, c’erano fotografie di illustri colleghi: Luca Bracali, Colin Dutton, Walter Leonardi, Susy Mezzanotte, Flavio Pagani, Paolo Petrignani, Livio Piatta, Andrea Pistolesi, Marco Santini, Gianluca Santoni, Graziano Villa.

Anche stavolta vado per conto di riviste, e per realizzare una guida di viaggio che sarà pubblicata l’anno prossimo. La Norvegia è un gran bel posto. Merita molto più che un post frettoloso su un blog. Raccoglierò interviste e materiale per raccontare storie. E fotograferò usando anche un corredo Olympus: corpo OM-D E-M5 e alcuni obiettivi M.Zuiko, in prevalenza fissi e ben luminosi. Sto testando questa macchina da quasi un anno e finora mi ha sorpreso per compattezza e solidità, oltre che per la qualità dei file. Seguono dettagli. Restate sintonizzati.

 

 

La fotografia del capodoglio l’ho scattata da una nave al largo di Andenes durante un’escursione di Whale Watching.
A proposito di foto, se passate per le Lofoten fate un salto allo studio della fotografa Camilla Wejdemar, che da anni documenta la vita e il paesaggio del luogo.

Infine due guide sulla Norvegia: Lonely Planet, guida verde Touring.

 

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Walter Bonatti (1930-2011)

Reinhold Messner parla di Walter Bonatti al Festival di Trento, 2011
Reinhold Messner parla di Walter Bonatti al Festival di Trento, 2011

Di ritorno da Berlino, come di consueto, ho sorvolato le Alpi. Era l’ora del tramonto. La luce radente evidenziava le nuvole colmandole di ombre scure. Il movimento dell’aereo le faceva spostare dolcemente. Vi si aprivano forre profonde e cupe, fugaci crepacci che cambiavano lentamente prospettiva, e sul cui fondo si vedevano le cime e le creste, rese anch’esse intense e vicine dalla luce di taglio. Le loro ombre affilate si proiettavano sulle valli sottostanti.

Viste dalla distanza di un aereo, queste montagne sono proprio piccole. Stanno lì, a portata di mano, facilmente raggiungibili, come tutti i luoghi del pianeta in cui si può arrivare volando. Stanno nel cuore del cosiddetto vecchio continente, a poche ore di macchina dalle principali città europee. Ma per chi ci va a piedi sono posti remoti, montagne tra le più difficili. Le montagne di una vita di uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi. Walter Bonatti, nato nel 1930, dedicò gli anni della sua gioventù a scalare montagne difficili, stabilendo primati incredibili. Non fu mai un agonista, eppure primeggiò spesso.

Ancora giovanissimo, nel 1954 partecipò alla famosa (e famigerata) spedizione italiana al K2. In quell’occasione sopravvisse a una notte in alta quota, insieme ad Amir Mahdi. Della diatriba nata coi suoi compagni di spedizione, Compagnoni e Lacedelli, si è parlato a lungo.

Dopo la solitaria invernale sulla parete nord del Cervino, Bonatti, ancora trentacinquenne, lasciò l’alpinismo estremo per dedicarsi ai lunghi viaggi avventurosi, che raccontò in libri e reportage memorabili. Per tutta la vita, instancabilmente, ha continuato a inseguire luoghi lontani, a sognare gli spazi aperti e l’avventura come modo di essere.

Chi viaggia e racconta e scatta fotografie, anche se in posti meno difficili, deve molto a quest’uomo. Ma non c’è più tempo per ringraziarlo. Walter Bonatti se n’è andato. Aveva 81 anni e ancora tanti progetti.

Grazie Walter.
Natalino Russo, Roma.

 

 

Libro del giorno: ovviamente quelli di Bonatti.

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Fotografare

Denkmal für die ermordeten Juden Europas. Berlino, 2011
Denkmal für die ermordeten Juden Europas. Berlino, 2011

Oggi ero a zonzo per Berlino, al lavoro, sfruttando la coda d’estate che in questi giorni fa sì che pedalare in città sia proprio speciale. Avevo al collo la mia Panasonic Lumix LX5, e pensavo ai motivi per cui me ne vado in giro a scattare fotografie (per diletto, dico, oltre che per lavoro). Forse per capire quale sia il mio stile, cioè per comprendere meglio chi si cela da questa parte dell’obiettivo.

Credo che fotografare secondo uno stile, ovvero applicando quello che si ritiene di avere, sia un approccio sbagliato. Forse è meglio fotografare il più possibile, per poi scoprire, dopo anni o magari mai, se uno stile lo si possiede davvero. Ed eventualmente quale sia.

Ma tra una domanda e una pedalata, anche questo viaggio volge al termine. Domani si torna finalmente a casa, chiudendo un’estate di spostamenti continui. E dopodomani comincia il certosino lavoro di sistemazione di appunti e foto.

Natalino Russo, Berlino.

Disco del giorno: Zenyatta Mondatta, dei Police.