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Sergio Claudio Perroni

Ciao guagliò. Mi salutava sempre così. L’ultima telefonata qualche giorno fa, per definire i dettagli di un progetto al quale stavamo lavorando. Come ogni volta, con delicatezza e sagacia, mi ha parlato di bellezza, di poesia, di futuro. Sergio era di poche e affilate parole, ma generoso assai. In questi anni mi ha detto cose bellissime, persino esagerate, sul mio lavoro. E non l’ho mai ringraziato abbastanza.

Ci ha fatti incontrare qualche anno fa Amleto de Silva: Sergio voleva un ritratto. A casa di Amleto abbiamo subito scherzato e giocato con le parole. Mentre scattavo fotografie preparatorie, Sergio mi chiedeva di avvisarlo: voleva avere il tempo di sfilarsi gli occhiali, gli piaceva guardare dritto in macchina senza quella cornice intorno agli occhi. E me l’ha ripetuto anche nei nostri incontri successivi. Nat, preferisco guardare senza filtri, diceva, preferisco gli occhi nudi.

È così che è uscito di casa l’altro ieri mattina. Senza occhiali. È andato al suo bar preferito nel centro di Taormina, ha scherzato con l’amico barista. Scommetto che ha fatto uno dei suoi giochi di parole, prima di congedarsi e uscire in strada. Con gli occhi nudi, e in tasca la pistola.

Ciao guagliò, perdonami se ti ho scattato anche qualche foto con gli occhiali.

 

Sergio Claudio Perroni, scrittore, traduttore e poeta (1956-2019).

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Gbad

La morte non è mai giusta, ma a volte sa essere davvero ingiusta. Se n’è andato un maestro vero. Sono state le sue storie e le sue tecniche a catapultarmi nel mondo delle grotte, venticinque anni fa. È grazie a lui che ho sognato – abbiamo sognato – a occhi aperti e nel buio più profondo, imparando un nuovo modo di essere curiosi e di porci domande.

Giovanni Badino era un amante della conoscenza, un esploratore a tutto tondo. Un amico accogliente, onesto, generoso. E uno scienziato come ce ne sono pochi: ricercatore poliedrico, innovatore, inventore. Con la testa in mille posti e i piedi saldamente ancorati a terra. Ha creato concetti e strumenti, ha disegnato territori che prima non esistevano. La speleologia non l’ha solo fatta: l’ha proprio esplorata, trasformandola per sempre.

Giovanni combatteva l’ignoranza con la grazia. Scrittore raffinato, poeta sensibile, amava la letteratura e recitava a memoria interi poemi, e Dante, e Omar Khayyam. La sua meticolosa conoscenza lo rendeva profondamente pragmatico e al tempo stesso spirituale. Perseguiva la cura del dettaglio, non sopportava il superfluo e l’approssimazione. Era spartano ed elegantissimo come solo può essere ciò che si è affinato col tempo.
Per lui ogni cosa era oggetto di ricerca. Che fosse la fisica dell’universo o la stabilità di un fornellino su una roccia, il modo di sopravvivere in un ambiente difficile o le dinamiche psicologiche di un gruppo di persone, Giovanni si gettava a capofitto nello studio, analizzava, avanzava ipotesi, proponeva soluzioni. E ne scriveva sempre. Non si è mai stancato di farlo.

Negli ultimi tre anni abbiamo assistito impotenti alla sua riduzione fisica. Vederlo così ci faceva spavento. Ma lui no, non ha mai smesso di pensare e produrre febbrilmente, scrivere, accalorarsi, proporre, progettare. Anzi proprio nel buio ha trovato l’ispirazione e lo stimolo per illuminare di più e meglio.
La malattia lo mordeva infame, e lui non si è arreso. Era sempre presente, con la sua caratteristica andatura, dinoccolata e fiera. E il genio sagace, l’egocentrismo ironico tipico di gbad, come amava firmarsi.

Rivedo la sua espressione, quella smorfia dal sapore di sberleffo; mi risuonano in testa le telefonate telegrafiche e le chiacchierate fluviali di un grande affabulatore; la risata, le barzellette che raccontava per rendere produttive anche le attese inutili; rivedo la sua casa zeppa di libri e oggetti raccolti nei viaggi in tutto il mondo; eccola, quella tavola sempre imbandita, tra formaggi puzzoni, cordini, quaderni di appunti, strumenti digitali e ottimo vino. Sembra ancora qui, quel suo approccio profondamente consapevole e perciò privo di facili illusioni, eppure sempre meravigliato per ogni piccolo dettaglio. Ripenso a tutto ciò che avrebbe potuto ancora dire e scrivere e costruire, alle sintesi che gli restavano da fare, e provo rabbia.

Non siamo riusciti a fargli vedere stampato il libro ormai pronto. In quelle pagine c’è molto della sua vita, delle passioni a cui si è dedicato anima e corpo.
Qualche giorno fa in casa editrice lodavano i suoi testi. Gliel’ho scritto e mi ha risposto così:

“mi fa molto piacere
scrivo molto, e ne sono contento
periodo dolorosissimo ma anche felice

mi ricorda di quando mi ero stampato col deltaplano e mi sono scritto l’intro de Abissi Italiani su foglietti sulla pancia. Continua ad essere uno dei miei pezzi migliori.”

E la sua ultima mail ai soci La Venta aveva per oggetto una sola parola scritta in maiuscolo: ORGANIZZIAMOCI.

Questo era Giovanni. Una mente meravigliosa spinta da un motore potente e infaticabile. Che rabbia, sì, adesso. Che rabbia non poter pensare che stia chissà dove, esplorando altri grandi vuoti. Che indicibile rabbia e che ingiustizia che una persona così si sia spenta davvero. Troppo presto, con tutti quei progetti aperti nel suo immenso cantiere.

Ci lascia un mondo. E la responsabilità di coltivarlo.

 

 

Nelle foto: Giovanni a tavola durante lo Speleo Photo Contest in Garfagnana (Toscana, 2005) con alcuni degli amici coi quali qualche anno prima aveva condiviso la conduzione della Società Speleologica Italiana (è stato presidente dal 1994 al 1999). E, in alto, al lavoro senza sosta durante la navigazione su una barca nel sistema di grotte dell’Underground River a Palawan (Filippine, 2011).

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Tempo e diaframma

Recentemente sono stato invitato a raccontare il mio lavoro di fotografo e giornalista. Twenty minutes speech. Questo il titolo della rassegna promossa dalla Banca Capasso. Venti minuti per raccontare un’esperienza attraverso storie e immagini.

La mia avventura è iniziata quando da bambino mi portavano a passeggiare sui monti del Matese. Era il tempo dei primi esperimenti con una macchina fotografica Bencini Comet II (quella che si vede nell’apertura del video – la foto è di Luigi Russo). La curiosità mi ha spinto poi a esplorare grotte: prima sul Matese, poi in altre montagne sempre più lontane. Ci si è messo anche il mio percorso universitario a darmi nuovi stimoli. Sicché ho unito la passione per la natura a quella per il viaggio, la scrittura e la fotografia. E ho deciso di farne un lavoro. La mia conferenza si intitola Tempo e diaframma, e racconta questo viaggio.

Ringrazio Salvatore Capasso, anche lui viaggiatore irrequieto, per l’entusiasmo con cui progetta e finanzia questi eventi; e Pietro Savastano per la perizia con cui ne cura l’organizzazione. E ringrazio il pubblico che ha riempito la sala del cinema Cotton di Piedimonte Matese.

 

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La Befana vien di notte

Vien di notte, sì. Zac, a sorpresa. Ma voi lo sapete e non vi fate cogliere impreparati. Siccome è tempo di regali, ecco qualche consiglio di fine anno, in ordine sparso.

Innanzitutto investite in arte. Date uno sguardo alle opere di Luigi Russo.

L’ultimo lavoro del mio amico Fabrizio Ardito si intitola Sul Monte Athos e racconta un viaggio che abbiamo fatto insieme tra monasteri ortodossi e rocce a picco sul mare. Qui trovate gli altri libri di Fabrizio.

Per i più piccini e per i grandi in cerca di scuse per godersi bei libri illustrati ecco a voi uno degli ultimi prodotti dell’editore Lavieri: Peter Pan, illustrato dal bravissimo Massimiliano Frezzato.

Degenerati. Il metodo Cyrano per salvarsi la vita in un mondo di idioti (Liberaria editrice) è l’ultimo libro di Amleto de Silva, fresco di stampa. No, non Amleto ma il suo libro. Lui è bravo e qui ci sono un po’ di altre cose sue. Della stessa casa editrice: Cosa intendi per domenica? di Silvia Bencivelli, che insieme a Giordano Zevi ha appena pubblicato anche Irrazionali e contenti. Viaggio alle origini delle nostre scelte economiche (Sironi). E poi un bel libro di Beatrice Mautino e Dario Bressanini: Contro natura: dagli OGM al “bio”, falsi allarmi e verità nascoste del cibo che portiamo in tavola (Rizzoli).

Di Stefano Ardito è da poco uscito il volume Alpi di guerra, Alpi di pace. Luoghi, volti e storie della grande guerra sulle Alpi (Corbaccio). Qui trovate altri suoi libri.

Pietro Spirito ha dedicato Nel fiume della notte (Ediciclo editore) al fiume Timavo e agli esploratori che hanno reso celebre il suo lungo percorso sotterraneo.

Ora che la giostra dell’Expo si è finalmente conclusa, godetevi una Milano che non conoscete con la guida 111 luoghi di Milano che devi proprio scoprire (Emons editore), scritta da Giulia Castelli Gattinara e illustrata da Mario Verin. Degli stessi autori vi consiglio anche il volume fotografico Il libro di Selvaggio Blu, che vi accompagna in uno dei più bei trekking italiani. E a proposito di Sardegna, siccome la primavera è alle porte cominciate a organizzarvi. Ecco un suggerimento per un’altra bella camminata: Grande traversata del Gennargentu è un agile volumetto redatto dall’amico Corrado Conca, guida escursionistica e titolare delle edizioni Segnavia.

Restando in tema di libri fotografici, ecco due eleganti volumi dell’amico fotografo Aldo Pavan: Nilo, dal cuore dell’Africa alle rive del Mediterraneo (Magnus) e La via dell’incenso. Sulle tracce delle antiche carovane attraverso la Penisola Arabica (De Agostini). Poi i libri di Davide Sapienza, che tra l’altro ha anche tradotto quasi tutto Jack London; e quelli sugli alberi di Tiziano Fratus, poeta ramificato e vegetale. E le guide di viaggio dell’instancabile Enrico Caracciolo. Per pedalare ovunque, andate sul sicuro con l’editore Ediciclo, che ormai è esperto non soltanto di bici ma anche di sentieri. Oltre che sul loro sito, trovate tutto qui. E poi la vasta selezione di volumi del gruppo La Venta e delle sue esplorazioni in giro per il mondo.

Quanto alla musica, ora e sempre ascoltate Daniele Sepe. Fonti sicure parlano di un disco imminente, ma intanto potete fare bella figura regalando(vi) A note spiegate, che è un signor CD. Sicuramente la discografia completa ce l’avete già, ma nel caso la trovate qui. Però non vi perdete neppure i Tetes de Bois, che fanno cose molto belle.

Se volete contribuire a una buona causa, cercate e acquistate il libro fotografico Grotta Luk, in ricordo di un amico di Luigi Russo e Paolo Forconi. Chiedete direttamente a loro dove trovarlo. Oppure potete dare una mano a un paio di crowdfunding: vi suggerisco di investire qualche spicciolo sul nuovo progetto di documentario di Mario e Stefano Martone: Dert, una storia di lavoro e cooperazione nella Bosnia dilaniata dalla guerra; e sul secondo disco di Flo (Agualoca Records).

Se invece libri e musica vi fanno proprio schifo e vi piace scattare fotografie in condizioni di luce estreme, quello che fa per voi è il sistema radioflash della Cactus Image. I flash RF60 sono radiocontrollati e attivati dai nuovi trigger V6. Funzionano fino a duecento metri di distanza. Provare per credere.

Lo so, tanti regali rischiano di mandare in subbuglio la vostra casa. Niente paura, vi aiuta Letizia Polverini col suo provvidenziale L’arte del riordino (Giunti), che sta letteralmente spopolando.

 

Mo però va bene gli amici e gli amici degli amici, ma mi raccomando: siate buoni e regalate un po’ anche i miei lavori. Li trovate qua. Poi c’è Tempo e diaframma, il mio nuovo calendario fotografico del Matese. Sicuramente lo avete già prenotato mandando una mail alla Banca Capasso, che lo ha prodotto e finanziato. E già che ci siete comprate il numero di PleinAir di gennaio: lo trovate in edicola e promette di portarvi in Baja California.

Buon anno.

 

(Ah, il gatto della foto si chiama Pestillo e sa il fatto suo. Non c’entra nulla col post: era solo per attirare la vostra attenzione. Gattino rulez).

 

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Carta e penna

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Se vi piace scrivere, prendere appunti, raccontare, non potete prescindere da due strumenti: carta e penna. Sì, ok, serve anche la testa, ma non ve ne fate nulla di una buona testa se non avete una penna comoda e un quaderno accogliente.
Che siate grandi viaggiatori o stanziali inschiodabili, il vostro quaderno degli appunti deve farvi sentire a casa: ve ne state sbracati sul divano o appollaiati sotto un albero in capo al mondo, aprite il quaderno e, prodigio, eccovi proiettati nel vostro studio, comodamente seduti alla scrivania.
Ci sono viaggiatori che, per sentirsi a casa ovunque, hanno imparato il cielo: riconoscere le stelle gli mette sulla testa sempre lo stesso tetto, un tetto familiare; e ce ne sono altri, di viaggiatori, che gli basta aprire il loro quaderno per sentirsi in un posto accogliente, anche se in quel momento si trovano su un treno affollato, in mezzo alla foresta o in uno squallido bar di periferia.

Tra le mie svariate manie, c’è quella di cercare e affinare i miei strumenti di scrittura. Soprattutto carta e penna, anche se sono un forte utilizzatore di computer. Mi piace prendere appunti a mano.
Fra tutti i quaderni provati finora, i migliori sono i tedeschi Leuchtturm1917. La mia versione preferita è la «Medium A5», con copertina rigida e ben 248 pagine.
Chiusura con elastico, pagine rilegate a filo refe, segnalibro e tasca in terza di copertina. Questi quaderni hanno l’aspetto del classico «moleskine» ormai tanto di moda, ma con l’aggiunta di qualche dettaglio per niente marginale: l’elastico è durevole, cioè non si smolla; la carta è seppiata, liscia e sottile, piacevolmente leggera e un po’ trasparente; ma soprattutto le pagine sono numerate e all’inizio del quaderno c’è uno spazio per l’indice.
Un quaderno è per me uno strumento di lavoro — ne ho riempiti più di cento: quaderni tematici, dedicati cioè a un singolo viaggio o argomento, che non hanno bisogno di un vero e proprio sommario; e zibaldoni, tavolozze, soffitte di materiali accatastati. Questi ultimi sono utili solo se posso ritrovare quel che vi ho annotato, anche dopo anni. Le pagine numerate mi consentono di fare rimandi interni, e collegamenti tra più quaderni. Un hyperlinking ante litteram che in passato ho fatto numerandole a mano, le pagine.
In questo modo i miei quaderni sono tutti collegati tra loro, come case comunicanti.

Ma il mio vezzo non si esaurisce coi quaderni. Del resto se uno è matto, lo è del tutto: vi pare che non ho fisime anche con le penne? A sfera e stilografiche e con gli inchiostri più svariati, dalla china al gel, penne pesanti, leggere, spesse, sottili, in plastica e in metallo, a scatto e col cappuccio. Ma mi ritrovo a scrivere sempre con una Bic. Colore blu, versione Mexico.
Sì perché, tra le infinite versioni di questa celebre penna, quella prodotta in Messico è diversa: sarà per la sfera, o per l’inchiostro più saturo, la Bic messicana scrive senza quella fastidiosa sbavatura biancastra che solitamente affligge le Bic.
Utilizzo sia la versione «Cristal», con fusto trasparente e punta media (1mm), sia la «Naranja», con fusto giallo-arancio e punta sottile (0,7 mm). Quest’ultima corrisponde al ben noto modello «Orange», che però in Europa si trova ormai quasi solo nella versione «Grip», dotata di una fastidiosa gommatura nella parte anteriore.
Il modello Naranja è comodissimo per scrivere, ma anche per abbozzare disegni e piantine di luoghi e città; il Cristal, dal tratto appena più largo, torna comodo per ripassare i tratti principali dei disegni, o per evidenziarne alcune parti.
Come si riconoscono le Bic messicane? Facile: su uno dei lati del fusto esagonale, vicino al tappino posteriore, è stampigliata la scritta «MEXICO».
Lo so, a questo punto state pensando che io sia un maniaco. Ma date un’occhiata qui.

Raccontare usando solo carta e penna sarebbe come cucinare con solo aglio e olio. Molto utili, complementari e talvolta indispensabili, sono strumenti che sembrano non avere niente a che fare con la scrittura: un paio di scarpe comode e adeguate alla situazione, un cappello per il sole o per la pioggia, un paio di guanti o di muffole con le dita apribili, una borsa o un comodo zainetto, magari un ombrello, del nastro adesivo, e così via.
Poi ci sono gli strumenti tecnologici veri e propri: macchina fotografica, computer portatile, registratore audio, gps, smartphone. La lista sarebbe lunga, e variabile a seconda dei casi. Ma ne scriverò in un prossimo post. Per oggi ne avete abbastanza, di motivi per darmi del matto.

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Il Matese è vivo

Il massiccio del Matese dall'alto della Valle Alifana
Il massiccio del Matese dall’alto della Valle Alifana

Ultima domenica dell’anno. Come da tradizione, con gli amici speleologi ci diamo appuntamento sul Monte Janara, una cima facile nei monti del Matese; il posto è molto panoramico, perfetto per stappare una bottiglia e scambiarci gli auguri. Su queste montagne ci siamo cresciuti, vi abbiamo esplorato grotte e profonde gole, conosciamo a menadito i sentieri, che vanno per boschi, radure e pietraie.

Dalla cima di monte Janara lo sguardo si spinge a sud verso il preappennino campano, con la sagoma del Vesuvio sullo sfondo. Dall’altra parte, a nord, c’è la Piana delle Secine con la sua quinta di cime, il Monte Miletto e le pareti della Gallinola; da una parte, oltre il borgo di Letino, i denti delle Mainarde; dall’altra una delle conche e dei laghi carsici più imponenti dell’Appennino, le cui acque scivolano in un enorme inghiottitoio ancora inesplorato.

Il Matese è terra di grotte: in quella di Campo Rotondo, proprio ai piedi di monte Janara, si inabissa un bel torrente; poco più in là corrono i fiumi sotterranei del Cavuto e di Campo Braca, e quelli di altre centinaia di caverne, fratture, meandri, pozzi, sale e gallerie. L’acqua scioglie il calcare, e scava in questa montagna grandi abissi, menomille famosi come Cul di Bove e Pozzo della Neve.

Ci passa tanta acqua, in queste grotte, e tanta aria. L’aria entra dalle fessure e percorre i grandi bui sotterranei, e spesso noi speleologi la seguiamo per trovare la prosecuzione ai nostri sogni esplorativi.

Quante volte abbiamo navigato nei vuoti di questo Matese; ne abbiamo attraversato le sale, ci siamo arrampicati sulle frane sotterranee, ci siamo infilati tra gli specchi di faglia striati e lisci. Quante volte abbiamo poggiato il palmo della mano su quelle superfici di roccia levigata, e lì, nel buio silenzioso delle grotte, ne abbiamo sentito la potenza muta. Questa montagna, come quasi tutto l’Appennino, si è sollevata sospinta dalla tettonica, che ha deformato le rocce, le ha piegate e le ha spezzate in faglie. Esplorando grotte abbiamo una percezione forse maggiore, o più acuta, del volume di una montagna: oltre alle grandi superfici, vediamo le loro immense profondità; non ne abbiamo soltanto una percezione spaziale, ma anche, come dire, volumetrica. Con le grandi masse di roccia, e col loro contenuto di vuoti e di spinte e di silenzi, sviluppiamo una strana empatia.

 

Ero proprio lì, in Matese, quando è arrivata la scossa forte. Domenica 29 dicembre 2013, alle 18.08 la terra si è messa a ondeggiare. È stato fantastico, per certi versi; mostruosamente fantastico. Era un’onda lunga e cullava una barca in mezzo al mare.

Altri terremoti li ho sentiti vibrare, tremare, agitarsi, scuotere; questo no: era calmo, sicuro di sé, orribilmente materno, accogliente e ineluttabile. La roccia al di qua e al di là della faglia si è mossa, emanando energia con un’infusione lenta. La terra era molle, flessuosa: non ha tremato, ha cullato. E mentre cullava dolcemente, stava muovendo le cime e le pareti, le remote vallate e i boschi di faggio e, per decine e centinaia di chilometri, la campagna e i paesi, impigriti dal tardo pomeriggio di dicembre.
In quel movimento progressivo, prolungato e lento mi è parso di sentire il torpore della montagna e delle sue radici. È un calcare profondissimo, quello del Matese, e inequivocabilmente vivo. Mentre tutto ondeggiava mollemente e senza scossoni, l’ho sentito respirare. Potrei giurarci: ho sentito la montagna respirare.

Chi, come me, è nato e cresciuto al sud, reca il segno indelebile del sisma dell’80. I miei sono ricordi di un bambino impaurito, smarrito; si perdono in una notte umida rischiarata dai fumi neri dei copertoni bruciati per strada per scaldare bivacchi di fortuna. Quella notte non vidi morti, né feriti, né crolli; ma ricordo nettamente la vibrazione cruda che scuoteva ogni cosa, ferocemente, e la faceva suonare. Ricordo il rumore dei muri e dei pilastri e delle trombe di scale. E le urla e i pianti, le corse, il terrore. Io avevo otto anni, gridai: «Un mostro muove la casa!».
Chi c’era, non ha mai più dimenticato dove si trovasse e cosa stesse facendo, alle 19.34 di quel 23 novembre.

Stavolta l’energia è stata molto minore, per fortuna, ma è arrivata con un ritmo diverso. Mi trovavo in aperta campagna e, tranquillo per l’assenza di tetti sulla testa, mi sono goduto lo spettacolo. Il mostro muoveva tutto, e si muoveva esso stesso, lentamente.

Sul Matese ci sono cresciuto. In questi boschi, in queste grotte, su queste cime ho trascorso giorni e settimane e mesi, per oltre vent’anni. Ora vivo altrove e ci torno un po’ meno, ma mi ci sono ritrovato proprio quando la terra si è messa a ondeggiare. Lo so, mi darete del matto, ma essere nel mio Matese durante il terremoto mi è sembrato un privilegio.

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Regalare v. tr.

Bergmannstrasse, Berlino

Regalare v. tr. [prob. dallo spagn. regalar; v. regalo]. – Dare liberalmente, senza compenso o altra contropartita e con intenzione amichevole o affettuosa, cosa che è, o si ritiene, utile o gradita a una persona. Così la Treccani. E così, ohibò, il Natale.

Dite la verità: anche quest’anno vi ha colti di sorpresa. Lo so, le feste di fine anno le odiate, vi mettono tristezza, con tutte quelle lucine colorate, i panettoni, i babbinatali e le renne, e i jingle ripetuti allo sfinimento. Con la licenza conferitami dal mio nome di battesimo, vi capisco. Il Natale è una grande metafa daa vita: non ti lascia scampo, anche se fai finta di niente.
Insomma, senza stare a farla lunga, è tempo di. Come tutti gli anni ve ne siete accorti in ritardo. E adesso è un bel problema, perché il lavoro vi incastra fino al 24 dicembre, eccomunque ci avete la pigrizia mannara, eqquindi ora non sapete dove sbattere la testa. Ma l’anno prossimo, giurate, ci penserete per tempo, eh. Come no. Intanto incombe il Natale di quest’anno, e il Natale, dicevamo, non perdona.
Niente panico: grazie ai consigli che qui generosamente vi elargisco, la farete franca anche stavolta. Ma gli artigiani a chilometri zero, quelli da cui pure quest’anno non comprerete manco un regalo, li avrete sulla coscienza.

Però bando alle ciance. La topten che segue non è una classica classifica, cioè non va in ordine crescente o decrescente. Il primo posto e il decimo si equivalgono, come vedrete. Perché proprio dieci? Perché è di moda. Altre domande?

 

1. Sì, vabbè, però il primo posto è sempre il primo posto. E allora tié, ci metto i libri che ho fatto io e quelli a cui ho collaborato. Dite che non vale? Come no: valissimo. Vi consiglio soprattutto Nel mezzo del Cammino di Santiago e Il respiro delle grotte. Nel primo vi spiattello il mio viaggio sul noterrimo itinerario di pellegrinaggio, che ho precorso prima tutto in bicicletta, poi parzialmente a piedi, infine a penna; anche il secondo libro ha a che fare col viaggio, ma in questo caso vi propino roba che voi umani, proprio. Peraltro a un prezzo stracciato. Dite che siete claustrofobici? Allora saltate al punto dieci.

2. I dischi di Daniele Sepe. Sono tutti belli, ma in particolare vi segnalo l’ultimo: Viaggi fuori dai paraggi 2, uno splendido cofanetto composto da 2 CD e un bel libretto (in cui c’è persino una mia foto): 35 brani per 160 minuti di musica: il primo disco è il vecchio Viaggi fuori dai paraggi in versione rimasterizzata, il secondo è una raccolta antologica dei più bei brani composti e suonati dall’autore napoletano. Costa una cifra irrisoria, per essere un doppio. Non vi basta? Volete spendere ancora meno? Mammamia, non c’è limite alla tirchiaggine. Ma vi accontento: Truffe & Other Sturiellett’ Vol. 1/2/3, cofanetto con tre dischi bellissimi, per un prezzo totale di sei euro. Avete letto bene. Oppure il ricco menù di In vino veritas (8 euro bevande incluse), e il capolavoro Suonarne 1 X educarne 100 (6 euro). Volete spendere ancora meno? Compratevi un bel paio di tappi per le orecchie e godetevi il Natale in santo silenzio.

3. Per restare in tema di musica, ecco un altro bel disco: D’amore e di altre cose irreversibili, della bravissima Floriana Cangiano, al suo esordio come solista. La casa discografica è la napoletana e indipendente Agualoca Records, che fa diverse cose interessanti. La voce di Floriana ha animato gli ultimi dischi di Daniele Sepe, e vi farà rinvenire. Non ci credete? Ottimo motivo per comprare il disco. Che però esce il 16 dicembre. Per il momento potete ascoltare un’anteprima sulla pagina facebook di Floriana.

4. I libri di Silvia Bencivelli. Giornalista scientifica freelance, la ragazza è molto sveglia e sagace. È sua la voce che vi ha accompagnati per anni in tantissime puntate di Radio3 Scienza; e non dite che non avete mai visto i servizi che ha fatto per Presa diretta su Rai3. Ok, non guardate la tv e non ascoltate nemmanco la radio. Ma sicuramente siete già tutti pazzi per Pane & Curriculum, che abbiamo girato insieme a Chiara Tarfano. Le due hanno appena sfornato anche un bel documentario: si intitola Segna con me, è dedicato alla lingua dei segni e ha vinto il premio Ens al Cinedeaf 2013. Silvia propone diversi argomenti interessanti, dalla musica alla comunicazione della scienza, fino a un agile pamphlet sulla vita del freelance. E tiene un blog molto seguito.

5. I libri e le guide di Fabrizio Ardito, giornalista con cui lavoro e viaggio spesso. Storico autore Touring, è un punto di riferimento nella pubblicistica di viaggio. Persona sensibile e ironica, e bravissimo fotografo, ha pubblicato anche racconti e narrativa in generale. In viaggio, ovviamente. Da prendere prima e dopo ogni partenza, ma anche se non avete nessuna intenzione di schiodarvi dal divano.

6. Qualche bel film. Per esempio quelli di Stanley Kubrik. Lui con me non ha mai lavorato, ma è bravino, eh. Tra i suoi capolavori, vi suggerisco Il dottor Stranamore. Ma è un consiglio inutile, perché sicuramente lo avete già visto. Allora cambiamo genere, e buttiamoci su Elio Petri, che non ci fa mica male, coi tempi che corrono.

7. I libri di Amleto de Silva. Irriverenti, scritti in una lingua spassosa e ben lontana dal politicamente corretto. E costano anche pochissimo. Sono ebook per Kindle, ma Amleto, per gli amici Amlo, sta sfornando anche qualcosa di cartaceo. Se proprio non vi va di spendere questi due euro, seguitelo sul sito. Quello è aggratisse, ma vorrei vedervi mentre lo avvolgete nella carta da regalo.

8. Qualcosa mi dice che non volete gettare il cuore oltre l’ostacolo. E vi capisco. Anzi: vi apisco (da domani si parlerà così, e qui precorriamo i tempi). Mica uno può fare regali al buio, comprando titoli astrusi di illustri sconosciuti. No, no. Allora regalate un bel Fabio Volo o, che so, un padre Fazio o un fra Saviano. Ma col cavolo che vi metto il link.

9. Visto che siamo quasi in fondo alla lista, siete ancora in tempo per uscire in strada, nell’aria frizzante di dicembre, e cercare qualcosa da un buon artigiano, quello che sennò vi porterete sulla vostra coscienza felpata. Fatelo, sto sforzo: comprate un prodotto tipico locale che non debba essere trasportato dai camion che intasano le nostre strade. Dite di no? Non avete tempo, voglia, idee? Vabbè, lo avete voluto voi: andate al punto successivo.

10. Dulcis in fundo, ai pigri come voi gli tocca proprio il mio nuovo libro: Il respiro delle grotte. Siete speleologi e avete sempre cercato una sintesi al vostro andar per grotte? Questo è il libro che fa per voi. Non ve ne frega nulla delle grotte, soffrite di claustrofobia e vi fa paura il buio? Ottimo: questo è proprio il libro che avete sempre cercato: racconta un viaggio e smonta i luoghi comuni sul mondo sotterraneo. Cosa dite? Lo avevo già consigliato all’inizio della topten? E si apisce: la lista l’ho fatta io. Potete sempre fare come nel Monopoli: tornate al punto 1, e fate bei regali.

Buone feste.

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Speleopolis

Ingresso della grotta di Cul di Bove. Inverno 2008.
All’ingresso dell’abisso Cul di Bove. 2008.

Milioni e milioni di anni fa, lo sanno tutti, gli uomini vivevano nelle grotte. Non cacciavano il naso fuori manco a pagarli. Erano grossi e pelosi, con dei gran corpi cavernosi, ma erano pigri da morire: si avventuravano all’esterno solo in caso di estrema necessità. Il mondo del resto era un luogo ignoto e inospitale: le montagne, le valli, i dirupi erano ancora tutti da esplorare. I percorsi battuti erano pochi: uscire significava esporsi al vento, alla pioggia, insomma ai cosiddetti elementi, tra i quali il peggiore era il sole, terribile e accecante; e soprattutto significava prendersi la briga di esplorare nuove terre. Che fatica: percorrere vie sconosciute, disegnarle incidendo su tavolette di pietra, tracciare segni sugli alberi per non perdersi.
È vero che l’uomo è curioso per natura, ma a tutto c’è un limite. In grotta si stava troppo bene. Perché uscire?

Speleopolis, la città dei cavernicoli, sorgeva nelle profondità di una grande collina, al margine tra le montagne e la grande pianura. Là dentro, nella collina, c’erano chilometri e chilometri gallerie sotterranee. Non si hanno dati certi sulla fondazione dell’insediamento, ma gli archeologi la collocano da qualche parte nel Grottiano Inferiore, cioè settanta milioni di anni fa, più o meno.
Bei tempi, quelli delle grandi città sotterranee. Il sottosuolo era tutto sforacchiato, e abitato, e lunghi cunicoli collegavano un posto all’altro. La vita scorreva tranquilla. Là, dove il sole non batteva mai, non c’era mai niente di nuovo sotto il sole. Ma i cavernicoli, loro, la sapevano lunga: non conoscevano la noia: si facevano certe dormite che ogni tanto, si narra, ogni tanto qualcuno restava così, fossilizzato.
La città preferita dai cavernicoli era Speleopolis, perché qui non era come negli altri posti, che ci avevano solamente un misero speleobar nella sala principale, e niente più; no, a Speleopolis di speleobar ce stavano ben tre, dislocati strategicamente nello slargo, nel salone, e all’incrocio fra le tre gallerie. Gli studiosi concordano: gli abitanti di Speleopolis ci avevano la vista quasi atrofizzata – caratteristica comune a tutti i cavernicoli –, ma caspita se ci vedevano lungo.
Si davano da fare. Per esempio una volta l’anno, in autunno, ricorreva l’usanza di stare svegli; che era già di per sé una bella scommessa anzichenò: tutti puntavano la sveglia alle sette del mattino per non lasciarsi scappare l’occasione. C’era la Fiera della Casa, una grande riunione che migliaia e migliaia di cavernicoli accorrevano da tutto il mondo sotterraneo: la aspettavano per mesi, la fiera, e si sobbarcavano lunghi viaggi, pur di partecipare a quell’annuale appuntamento ipogeo.
All’evento partecipavano fior di architetti, ingegneri, geometri, arredatori d’interni, manovali, imbianchini, piastrellisti, impiantisti, ma soprattutto semplici inquilini, che erano la maggior parte; e ognuno diceva la sua. Un anno c’era la moda della stalattite appesa al soffitto, l’anno dopo andava la stalagmite nell’ingresso, l’anno appresso no, tornava in voga la vaschetta di calcite nel patio. I cavernicoli erano incredibilmente volubili: cambiavano gusti alla velocità del buio. E così, tra uno sbadiglio e l’altro, il dibattito era sempre molto acceso.
«Sai, quest’anno ho rifatto la colata».
«Ah, io alla fine l’ho tolta, che è scivolosa. Ho messo il brecciolino, che lo consigliano pure su Ville & Grottini».
«Casa mia è un po’ umida, e ci ho troppi spifferi».
«Uh, davvero? La mia, da quando ho installato l’ingresso nuovo, è fresca d’estate e calda d’inverno. Ci sono gli incentivi, sai?»
E c’era sempre il saputello: «Ma che ne volete sapere voi, di grotte!»; il rassegnato: «C’è poco da fare, la grotta perfetta non esiste»; il nostalgico: «Eh, non ci sono più le caverne di una volta»; l’imprenditore scaltro: «Se mi disegnate pianta e sezione, ve la scavo io una grotta coi controfiocchi».
Si discorreva, insomma, del più e del meno mille, fin dalla notte dei tempi.
Questi consessi annuali duravano tre o quattro giorni, la sera si ballava e si beveva, e poi grandi abbracci e pacche sulle spalle, e a presto, arrivederci, e ognuno se ne tornava al paese suo, nelle profondità delle montagne.

Ma già nel Grottiano Inferiore la natura era regolata dalla stessa legge universale che vige anche al giorno d’oggi: la sfiga. E allora avvenne l’inevitabile. Secondo gli esperti, il fatto accadde quasi all’improvviso, verso la fine di quel periodo geologico, manco a farlo apposta proprio al passaggio col Grottiano Superiore, cioè grossomodo sessanta milioni di anni fa. Per intenderci: non c’era già più la mezza stagione ed erano iniziate le grandi inondazioni, le montagne erano in subbuglio, smazzate come mazzi di carte da faglie micidiali – questa è un’ipotesi ancora non dimostrata; insomma c’era un gran caldo e, per fare una partenza intelligente, la popolazione primordiale dei Giauli si era già avviata su grandi zattere alla volta delle Dolomiti, e i dinosauri, crudelmente abbandonati al loro destino, erano destinati all’estinzione per mancanza di carezze.
I cavernicoli, incalzati dalle inondazioni, furono costretti a lasciare le grotte e – adattatisi obtortocollo alla luce del sole – a rifugiarsi sulle cime delle montagne, o nelle valli più riparate. In una di queste vallate, i profughi di Speleopolis fondarono la città di Fuoricaverna. Lì vissero e prosperarono per milioni di anni, e dagli e dagli, alla fine, per quanto i nonni cercassero di tramandare ai nipoti il sapere di un tempo, finivano per raccontare sempre le solite vecchie storie, trite e ritrite, delle caverne e dei bei campi solcati e dei tempi andati, e allora i giovani che erano irrequieti dimenticarono la saggezza e si diedero alla vita dissoluta; che mica per niente erano giovani.

Trascorsero così altri milioni di anni. La città di Fuoricaverna, per adeguarsi alle mode e al progresso, cambiò diverse volte nome: dapprima, in memoria delle origini, si chiamò Cavernavecchia, ma quel nome non durò molto, sapeva un poco di stantio, e allora si chiamò Cavernanuova. Poi, si sa, i giovani sono moderni e studiano le lingue, e così la città si chiamò nientepopodimeno che: New Cave. Non c’era che dire: un gran bel nome: contemporaneo, fresco, al passo coi tempi. Ma i nonni e i bisnonni, che non erano abituati a mettere il naso fuori di casa e conoscevano le lingue, non ci capivano più niente e la chiamavano Niucheive, oppure Nuova Cave, Nuova Cava, o solamente Cava, o Cavina, Casa, Casina, Casòla oppure Càsola.

Fu molti anni dopo, che, quegli stessi giovani, andando alla ricerca di posti per infrattarsi, cominciarono a scoprire gli ingressi delle grotte. Ohibò, per loro fu come entrarci per la prima volta, e al tempo stesso una riscoperta. Si addentrarono nelle gallerie e, pieni di stupore, esplorarono – riesplorarono – sale e meandri, superarono strettoie e zone allagate, lasciarono segni per non perdersi, disegnarono mappe, scoprirono un mondo perduto fatto di grandi vuoti, posti che narravano storie antiche e toccavano corde ancestrali che quei ragazzi neppure sapevano di possedere. Fu come andare in soffitta e aprire il baule dei ricordi di famiglia: in mezzo a tanta roba vecchia, sgangherata e polverosa, i nuovi esploratori trovarono qualcosa di se stessi.
Fu in seguito a quelle scoperte che il paese decise di chiamarsi nuovamente Speleopolis.

 

Incontro internazionale di speleologia
Casola 2013 Underground
Casola Valsenio, 30 ottobre-3 novembre 2013

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Cambio casa

Disegno nelle vele di Scampia. 2005
Disegno nelle vele di Scampia. 2005

Eccoci qua. Il trasloco è durato qualche mese, ma ce l’abbiamo fatta. Siamo tutti, io che scrivo e voi che leggete, nella nuova casa. Da oggi il mio sito abita qui, sotto questo tetto che accoglie i contenuti di quello vecchio, blog compreso. È una strana emozione: lasciare la casa vecchia e un po’ cadente, ma alla quale eravamo affezionati, per entrare tra queste mura imbiancate di fresco.

Lì abbiamo parlato, scritto e fotografato soprattutto di viaggi, qualche volta di libri, oppure di montagna e di speleologia; qui faremo lo stesso.

Cosa cambia? Innanzitutto il tetto: abbiamo raggruppato su un solo piano, e sotto lo stesso tetto, ciò che prima era sparso in garage, dépendance e officine varie, portando il blog all’interno del sito e sotto lo stesso dominio. Poi il colore delle pareti: bianco, come del resto era bianco prima, ma cercando di aumentare sobrietà e pulizia, a vantaggio della leggibilità dei contenuti. E, a proposito di muri, visto che qua il sottoscritto vive anche e soprattutto di fotografia, abbiamo ingrandito le immagini e le abbiamo appese alle pareti. Poi i pilastri, cioè la struttura: da un sito statico siamo passati a uno dinamico; ma questo, al giorno d’oggi, è il minimo. Infine le finestre: col nuovo sito è possibile condividere sui social network i contenuti preferiti, i post del blog, e speriamo a breve anche foto e gallerie. Qualche lavoro è ancora in corso. Ad esempio non tutti i mobili e soprammobili sono stati spostati dal vecchio blog al nuovo. Lo faremo.

Dal vecchio, zoppicante sito, a cui mi ero abituato, a questo che avete sotto gli occhi. È come andare ad abitare in una nuova casa portandosi tutto – o quasi – ciò che affollava la vecchia. È il trasloco la parte più complicata. A proposito di fatiche, i lavori di ristrutturazione di questo nuovo spazio, e anche buona parte del trasloco, sono stati effettuati dalla premiata ditta Elder Graphics, che mi ha dato una mano a non perdermi nei corridoi di WordPress, dell’html e di codici strani. Forse ci sono riuscito.

Ora non ci resta che verificare che tutto funzioni, che arrivi la corrente in tutte le stanze, e che l’impianto idraulico non perda e non allaghi il pavimento.

Buona navigazione, appunto.
Natalino.

 

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Matese

Campo Rotondo. Monti del Matese, 2007
Campo Rotondo. Monti del Matese, 2007

Oggi si va un paio di giorni sui monti del Matese, tra la Campania e il Molise, a vedere a che punto è l’autunno. Trascorreremo qualche ora nei boschi e al rifugio Le Janare, insieme agli amici e alla macchina fotografica. Uno stacco necessario in questi giorni di lavoro intenso.

Natalino Russo, Labico.

[cite]Musica del giorno: Edoardo Bennato.
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