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Tempo e diaframma

Recentemente sono stato invitato a raccontare il mio lavoro di fotografo e giornalista. Twenty minutes speech. Questo il titolo della rassegna promossa dalla Banca Capasso. Venti minuti per raccontare un’esperienza attraverso storie e immagini.

La mia avventura è iniziata quando da bambino mi portavano a passeggiare sui monti del Matese. Era il tempo dei primi esperimenti con una macchina fotografica Bencini Comet II (quella che si vede nell’apertura del video – la foto è di Luigi Russo). La curiosità mi ha spinto poi a esplorare grotte: prima sul Matese, poi in altre montagne sempre più lontane. Ci si è messo anche il mio percorso universitario a darmi nuovi stimoli. Sicché ho unito la passione per la natura a quella per il viaggio, la scrittura e la fotografia. E ho deciso di farne un lavoro. La mia conferenza si intitola Tempo e diaframma, e racconta questo viaggio.

Ringrazio Salvatore Capasso, anche lui viaggiatore irrequieto, per l’entusiasmo con cui progetta e finanzia questi eventi; e Pietro Savastano per la perizia con cui ne cura l’organizzazione. E ringrazio il pubblico che ha riempito la sala del cinema Cotton di Piedimonte Matese.

 

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In fondo al tunnel

Gouffre de la Pierre-Saint-Martin. Pyrénées-Atlantiques, France.
Gouffre de la Pierre-Saint-Martin. Pyrénées-Atlantiques, France.

È un bel pomeriggio d’inverno. Visto che c’è il sole, il signor Mohole ha deciso di andarsene fuori città, in cerca di paesaggi da fotografare. Prende il suo armamentario fotografico e si mette in macchina. Via, verso la campagna.

Dopo le ultime case di periferia, la strada asseconda le colline, serpeggia morbida una curva dopo l’altra.
«Che giornata», pensa Mohole.
Il cielo terso riempie il parabrezza. La campagna scorre nei finestrini, come un film.
Il signor Mohole accende l’autoradio, ci infila un disco di musica jazz. «Che luce» pensa, pregustando le fotografie che scatterà. E prende a tamburellare le dita sul volante.

Di tanto in tanto l’automobile sobbalza sulle irregolarità dell’asfalto, ma il paesaggio è sempre lì, in posa per farsi ritrarre.
La strada si infila in una breve galleria, ma la luce è là in fondo, gli occhi di Mohole non fanno in tempo ad abituarsi al buio che già sono nuovamente inondati di sole. A destra le colline si alzano in montagne, a sinistra si apre una vallata verde. Ecco un’altra galleria. Stavolta è più lunga, non se ne intravede l’uscita; in alto, sulla volta di cemento, c’è una fila di lampade gialle, disegna nel parabrezza un tratteggio ritmato. Il signor Mohole alza un po’ il volume della musica.
È lungo, il tunnel, ma ecco una nuova esplosione di luce: da una parte la valle, dall’altra le montagne. E davanti, un’altra galleria. Anche questa lunghetta. La fila di lampade gialle, la luce in fondo, il sole. Va abbassandosi, il sole, man mano che il pomeriggio avanza.
Mohole canticchia a tempo di jazz: «Colori là fuori, la fuori colori». Guida e canta: «Prati colline e sole, dududù tadà». E intanto infila un’altra galleria.
Stavolta è proprio lunga: le luci gialle cadenzano, ritmicamente, il rettilineo. La galleria curva leggermente a destra, poi torna dritta. È lunga, ma finirà.
E infatti a un certo punto finisce, e adesso la luce è proprio bella: le ombre si sono stirate, è il momento ideale per scattare fotografie.
«Tra un po’ mi fermo», dice Mohole tra sé e sé.

Ma comincia un’altra galleria. Lunghissima. È una canna di fucile, si perde all’infinito. Mohole spinge sull’acceleratore, il ritmo delle luci gialle aumenta, ma la galleria sembra non finire più.
Poi la musica si ferma, il disco è finito. Resta solo il rombo del motore, l’automobile lanciata a tutta velocità.

La fila di luci gialle s’interrompe, finalmente. Ecco l’uscita dal tunnel. Ma intanto è calata la notte.

 

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Speleopolis

Ingresso della grotta di Cul di Bove. Inverno 2008.
All’ingresso dell’abisso Cul di Bove. 2008.

Milioni e milioni di anni fa, lo sanno tutti, gli uomini vivevano nelle grotte. Non cacciavano il naso fuori manco a pagarli. Erano grossi e pelosi, con dei gran corpi cavernosi, ma erano pigri da morire: si avventuravano all’esterno solo in caso di estrema necessità. Il mondo del resto era un luogo ignoto e inospitale: le montagne, le valli, i dirupi erano ancora tutti da esplorare. I percorsi battuti erano pochi: uscire significava esporsi al vento, alla pioggia, insomma ai cosiddetti elementi, tra i quali il peggiore era il sole, terribile e accecante; e soprattutto significava prendersi la briga di esplorare nuove terre. Che fatica: percorrere vie sconosciute, disegnarle incidendo su tavolette di pietra, tracciare segni sugli alberi per non perdersi.
È vero che l’uomo è curioso per natura, ma a tutto c’è un limite. In grotta si stava troppo bene. Perché uscire?

Speleopolis, la città dei cavernicoli, sorgeva nelle profondità di una grande collina, al margine tra le montagne e la grande pianura. Là dentro, nella collina, c’erano chilometri e chilometri gallerie sotterranee. Non si hanno dati certi sulla fondazione dell’insediamento, ma gli archeologi la collocano da qualche parte nel Grottiano Inferiore, cioè settanta milioni di anni fa, più o meno.
Bei tempi, quelli delle grandi città sotterranee. Il sottosuolo era tutto sforacchiato, e abitato, e lunghi cunicoli collegavano un posto all’altro. La vita scorreva tranquilla. Là, dove il sole non batteva mai, non c’era mai niente di nuovo sotto il sole. Ma i cavernicoli, loro, la sapevano lunga: non conoscevano la noia: si facevano certe dormite che ogni tanto, si narra, ogni tanto qualcuno restava così, fossilizzato.
La città preferita dai cavernicoli era Speleopolis, perché qui non era come negli altri posti, che ci avevano solamente un misero speleobar nella sala principale, e niente più; no, a Speleopolis di speleobar ce stavano ben tre, dislocati strategicamente nello slargo, nel salone, e all’incrocio fra le tre gallerie. Gli studiosi concordano: gli abitanti di Speleopolis ci avevano la vista quasi atrofizzata – caratteristica comune a tutti i cavernicoli –, ma caspita se ci vedevano lungo.
Si davano da fare. Per esempio una volta l’anno, in autunno, ricorreva l’usanza di stare svegli; che era già di per sé una bella scommessa anzichenò: tutti puntavano la sveglia alle sette del mattino per non lasciarsi scappare l’occasione. C’era la Fiera della Casa, una grande riunione che migliaia e migliaia di cavernicoli accorrevano da tutto il mondo sotterraneo: la aspettavano per mesi, la fiera, e si sobbarcavano lunghi viaggi, pur di partecipare a quell’annuale appuntamento ipogeo.
All’evento partecipavano fior di architetti, ingegneri, geometri, arredatori d’interni, manovali, imbianchini, piastrellisti, impiantisti, ma soprattutto semplici inquilini, che erano la maggior parte; e ognuno diceva la sua. Un anno c’era la moda della stalattite appesa al soffitto, l’anno dopo andava la stalagmite nell’ingresso, l’anno appresso no, tornava in voga la vaschetta di calcite nel patio. I cavernicoli erano incredibilmente volubili: cambiavano gusti alla velocità del buio. E così, tra uno sbadiglio e l’altro, il dibattito era sempre molto acceso.
«Sai, quest’anno ho rifatto la colata».
«Ah, io alla fine l’ho tolta, che è scivolosa. Ho messo il brecciolino, che lo consigliano pure su Ville & Grottini».
«Casa mia è un po’ umida, e ci ho troppi spifferi».
«Uh, davvero? La mia, da quando ho installato l’ingresso nuovo, è fresca d’estate e calda d’inverno. Ci sono gli incentivi, sai?»
E c’era sempre il saputello: «Ma che ne volete sapere voi, di grotte!»; il rassegnato: «C’è poco da fare, la grotta perfetta non esiste»; il nostalgico: «Eh, non ci sono più le caverne di una volta»; l’imprenditore scaltro: «Se mi disegnate pianta e sezione, ve la scavo io una grotta coi controfiocchi».
Si discorreva, insomma, del più e del meno mille, fin dalla notte dei tempi.
Questi consessi annuali duravano tre o quattro giorni, la sera si ballava e si beveva, e poi grandi abbracci e pacche sulle spalle, e a presto, arrivederci, e ognuno se ne tornava al paese suo, nelle profondità delle montagne.

Ma già nel Grottiano Inferiore la natura era regolata dalla stessa legge universale che vige anche al giorno d’oggi: la sfiga. E allora avvenne l’inevitabile. Secondo gli esperti, il fatto accadde quasi all’improvviso, verso la fine di quel periodo geologico, manco a farlo apposta proprio al passaggio col Grottiano Superiore, cioè grossomodo sessanta milioni di anni fa. Per intenderci: non c’era già più la mezza stagione ed erano iniziate le grandi inondazioni, le montagne erano in subbuglio, smazzate come mazzi di carte da faglie micidiali – questa è un’ipotesi ancora non dimostrata; insomma c’era un gran caldo e, per fare una partenza intelligente, la popolazione primordiale dei Giauli si era già avviata su grandi zattere alla volta delle Dolomiti, e i dinosauri, crudelmente abbandonati al loro destino, erano destinati all’estinzione per mancanza di carezze.
I cavernicoli, incalzati dalle inondazioni, furono costretti a lasciare le grotte e – adattatisi obtortocollo alla luce del sole – a rifugiarsi sulle cime delle montagne, o nelle valli più riparate. In una di queste vallate, i profughi di Speleopolis fondarono la città di Fuoricaverna. Lì vissero e prosperarono per milioni di anni, e dagli e dagli, alla fine, per quanto i nonni cercassero di tramandare ai nipoti il sapere di un tempo, finivano per raccontare sempre le solite vecchie storie, trite e ritrite, delle caverne e dei bei campi solcati e dei tempi andati, e allora i giovani che erano irrequieti dimenticarono la saggezza e si diedero alla vita dissoluta; che mica per niente erano giovani.

Trascorsero così altri milioni di anni. La città di Fuoricaverna, per adeguarsi alle mode e al progresso, cambiò diverse volte nome: dapprima, in memoria delle origini, si chiamò Cavernavecchia, ma quel nome non durò molto, sapeva un poco di stantio, e allora si chiamò Cavernanuova. Poi, si sa, i giovani sono moderni e studiano le lingue, e così la città si chiamò nientepopodimeno che: New Cave. Non c’era che dire: un gran bel nome: contemporaneo, fresco, al passo coi tempi. Ma i nonni e i bisnonni, che non erano abituati a mettere il naso fuori di casa e conoscevano le lingue, non ci capivano più niente e la chiamavano Niucheive, oppure Nuova Cave, Nuova Cava, o solamente Cava, o Cavina, Casa, Casina, Casòla oppure Càsola.

Fu molti anni dopo, che, quegli stessi giovani, andando alla ricerca di posti per infrattarsi, cominciarono a scoprire gli ingressi delle grotte. Ohibò, per loro fu come entrarci per la prima volta, e al tempo stesso una riscoperta. Si addentrarono nelle gallerie e, pieni di stupore, esplorarono – riesplorarono – sale e meandri, superarono strettoie e zone allagate, lasciarono segni per non perdersi, disegnarono mappe, scoprirono un mondo perduto fatto di grandi vuoti, posti che narravano storie antiche e toccavano corde ancestrali che quei ragazzi neppure sapevano di possedere. Fu come andare in soffitta e aprire il baule dei ricordi di famiglia: in mezzo a tanta roba vecchia, sgangherata e polverosa, i nuovi esploratori trovarono qualcosa di se stessi.
Fu in seguito a quelle scoperte che il paese decise di chiamarsi nuovamente Speleopolis.

 

Incontro internazionale di speleologia
Casola 2013 Underground
Casola Valsenio, 30 ottobre-3 novembre 2013

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