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Un respiro lungo due anni

Sono passati due anni dall’uscita de Il respiro delle grotte. A questo piccolo libro sono molto legato perché mi ha permesso di raccontare la mia esperienza nel mondo sotterraneo, cominciata quasi venticinque anni fa.
Un giorno scoprii che a pochi chilometri dal mio paesello c’era un’associazione di speleologi che organizzava corsi. Iniziò così un’avventura bellissima che ancora continua. Con gli amici del Gruppo Speleologico del Matese giocavamo a esplorare le montagne che fino a quel momento avevo solo guardato dalla finestra di casa. La speleologia ci dava l’occasione per sperimentare un modo diverso di viaggiare: con la scusa di cercare grotte ce ne andavamo in giro per monti, valli e paesi; conoscevamo pastori, carbonai, camminatori. Bivaccavamo spesso sotto i faggi, il bagliore del fuoco ci illuminava i volti. I sentieri ci portavano via via più lontano.

In quegli anni frequentavo l’università. Allo studio alternavo la preparazione dei materiali speleologici. Anzi: non vedevo l’ora di smettere di studiare, per pensare alle grotte. Leggevo le storie di Andrea Gobetti, di Giovanni Badino e degli altri che col pretesto delle grotte se ne andavano in giro per il mondo. La mia settimana era scandita dalle telefonate per organizzare la domenica, ovviamente in montagna. L’estate era la stagione dei campi speleo e delle spedizioni. In quel periodo bellissimo sono nati progetti e passioni che coltivo ancora oggi (uno di questi è diventato il mio lavoro).

Questo viaggio continua, e oltre agli amici matesini, campani e molisani con cui ho iniziato, oggi condivido l’avventura dell’esplorazione col gruppo La Venta.

 

La prima presentazione de Il respiro delle grotte si tenne subito dopo l’uscita del libro, all’incontro internazionale di speleologia «Casola 2013 Underground». Alcuni passi del libro furono letti da Max Goldoni sulle note del sassofono di Daniele Faziani. Il Teatro Senio era gremito. Mi emozionai molto.
In questi due anni ho portato in giro il libro in molte altre presentazioni, ho ricevuto recensioni lusinghiere e molte belle mail di lettori. Il libro ha vinto il Premio Viaggiautore 2014.

Voglio ringraziare tutti quelli che hanno letto, consigliato e regalato questo piccolo libro.

 

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Il respiro delle grotte
Piccole divagazioni sulla profonità
Ediciclo editore
Collana Piccola filosofia di viaggio
ISBN: 978-88-6549-099-0
96 pagine, euro 8,50

 

 

Disponibile in libreria.
Oppure scontato su Amazon.

 

 

 

 

Nella foto in alto:
Piero Palazzo esplora una grotta nelle pareti della forra del Titerno.
Pietraroja, Matese.
Nikon D200
Nikkor 12-24/4
1/30 f/7.1 ISO 400

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È arrivato l’autunno

Monti del Matese, Italia. Un’escursione sul monte Janara per guardare dall’alto la valle delle Secine e il monte Miletto coi colori dell’autunno. Il sentiero è poco impegnativo: risale la valle a nord di Campo Rotondo, poi segue la cresta tra faggi secolari e rocce modellate dal carsismo. Il sottobosco è umido, ricoperto di foglie e di muschio. Qua e là qualche acero: sta per colorarsi di rosso. Funghi minuscoli si radunano intorno ai tronchi degli alberi.

Stavolta però la cima era avvolta dalle nuvole, sicché niente panorama. Poco dopo la nebbia ha ovattato il bosco, e forse è stato anche più bello così.


Nikon D700
Nikkor AF-S 24-70/2.8G ED
1/80 f/4 ISO 400 

Questa e altre fotografie sono disponibili in stampa fine art.

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Il Matese è vivo

Il massiccio del Matese dall'alto della Valle Alifana
Il massiccio del Matese dall’alto della Valle Alifana

Ultima domenica dell’anno. Come da tradizione, con gli amici speleologi ci diamo appuntamento sul Monte Janara, una cima facile nei monti del Matese; il posto è molto panoramico, perfetto per stappare una bottiglia e scambiarci gli auguri. Su queste montagne ci siamo cresciuti, vi abbiamo esplorato grotte e profonde gole, conosciamo a menadito i sentieri, che vanno per boschi, radure e pietraie.

Dalla cima di monte Janara lo sguardo si spinge a sud verso il preappennino campano, con la sagoma del Vesuvio sullo sfondo. Dall’altra parte, a nord, c’è la Piana delle Secine con la sua quinta di cime, il Monte Miletto e le pareti della Gallinola; da una parte, oltre il borgo di Letino, i denti delle Mainarde; dall’altra una delle conche e dei laghi carsici più imponenti dell’Appennino, le cui acque scivolano in un enorme inghiottitoio ancora inesplorato.

Il Matese è terra di grotte: in quella di Campo Rotondo, proprio ai piedi di monte Janara, si inabissa un bel torrente; poco più in là corrono i fiumi sotterranei del Cavuto e di Campo Braca, e quelli di altre centinaia di caverne, fratture, meandri, pozzi, sale e gallerie. L’acqua scioglie il calcare, e scava in questa montagna grandi abissi, menomille famosi come Cul di Bove e Pozzo della Neve.

Ci passa tanta acqua, in queste grotte, e tanta aria. L’aria entra dalle fessure e percorre i grandi bui sotterranei, e spesso noi speleologi la seguiamo per trovare la prosecuzione ai nostri sogni esplorativi.

Quante volte abbiamo navigato nei vuoti di questo Matese; ne abbiamo attraversato le sale, ci siamo arrampicati sulle frane sotterranee, ci siamo infilati tra gli specchi di faglia striati e lisci. Quante volte abbiamo poggiato il palmo della mano su quelle superfici di roccia levigata, e lì, nel buio silenzioso delle grotte, ne abbiamo sentito la potenza muta. Questa montagna, come quasi tutto l’Appennino, si è sollevata sospinta dalla tettonica, che ha deformato le rocce, le ha piegate e le ha spezzate in faglie. Esplorando grotte abbiamo una percezione forse maggiore, o più acuta, del volume di una montagna: oltre alle grandi superfici, vediamo le loro immense profondità; non ne abbiamo soltanto una percezione spaziale, ma anche, come dire, volumetrica. Con le grandi masse di roccia, e col loro contenuto di vuoti e di spinte e di silenzi, sviluppiamo una strana empatia.

 

Ero proprio lì, in Matese, quando è arrivata la scossa forte. Domenica 29 dicembre 2013, alle 18.08 la terra si è messa a ondeggiare. È stato fantastico, per certi versi; mostruosamente fantastico. Era un’onda lunga e cullava una barca in mezzo al mare.

Altri terremoti li ho sentiti vibrare, tremare, agitarsi, scuotere; questo no: era calmo, sicuro di sé, orribilmente materno, accogliente e ineluttabile. La roccia al di qua e al di là della faglia si è mossa, emanando energia con un’infusione lenta. La terra era molle, flessuosa: non ha tremato, ha cullato. E mentre cullava dolcemente, stava muovendo le cime e le pareti, le remote vallate e i boschi di faggio e, per decine e centinaia di chilometri, la campagna e i paesi, impigriti dal tardo pomeriggio di dicembre.
In quel movimento progressivo, prolungato e lento mi è parso di sentire il torpore della montagna e delle sue radici. È un calcare profondissimo, quello del Matese, e inequivocabilmente vivo. Mentre tutto ondeggiava mollemente e senza scossoni, l’ho sentito respirare. Potrei giurarci: ho sentito la montagna respirare.

Chi, come me, è nato e cresciuto al sud, reca il segno indelebile del sisma dell’80. I miei sono ricordi di un bambino impaurito, smarrito; si perdono in una notte umida rischiarata dai fumi neri dei copertoni bruciati per strada per scaldare bivacchi di fortuna. Quella notte non vidi morti, né feriti, né crolli; ma ricordo nettamente la vibrazione cruda che scuoteva ogni cosa, ferocemente, e la faceva suonare. Ricordo il rumore dei muri e dei pilastri e delle trombe di scale. E le urla e i pianti, le corse, il terrore. Io avevo otto anni, gridai: «Un mostro muove la casa!».
Chi c’era, non ha mai più dimenticato dove si trovasse e cosa stesse facendo, alle 19.34 di quel 23 novembre.

Stavolta l’energia è stata molto minore, per fortuna, ma è arrivata con un ritmo diverso. Mi trovavo in aperta campagna e, tranquillo per l’assenza di tetti sulla testa, mi sono goduto lo spettacolo. Il mostro muoveva tutto, e si muoveva esso stesso, lentamente.

Sul Matese ci sono cresciuto. In questi boschi, in queste grotte, su queste cime ho trascorso giorni e settimane e mesi, per oltre vent’anni. Ora vivo altrove e ci torno un po’ meno, ma mi ci sono ritrovato proprio quando la terra si è messa a ondeggiare. Lo so, mi darete del matto, ma essere nel mio Matese durante il terremoto mi è sembrato un privilegio.

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Speleopolis

Ingresso della grotta di Cul di Bove. Inverno 2008.
All’ingresso dell’abisso Cul di Bove. 2008.

Milioni e milioni di anni fa, lo sanno tutti, gli uomini vivevano nelle grotte. Non cacciavano il naso fuori manco a pagarli. Erano grossi e pelosi, con dei gran corpi cavernosi, ma erano pigri da morire: si avventuravano all’esterno solo in caso di estrema necessità. Il mondo del resto era un luogo ignoto e inospitale: le montagne, le valli, i dirupi erano ancora tutti da esplorare. I percorsi battuti erano pochi: uscire significava esporsi al vento, alla pioggia, insomma ai cosiddetti elementi, tra i quali il peggiore era il sole, terribile e accecante; e soprattutto significava prendersi la briga di esplorare nuove terre. Che fatica: percorrere vie sconosciute, disegnarle incidendo su tavolette di pietra, tracciare segni sugli alberi per non perdersi.
È vero che l’uomo è curioso per natura, ma a tutto c’è un limite. In grotta si stava troppo bene. Perché uscire?

Speleopolis, la città dei cavernicoli, sorgeva nelle profondità di una grande collina, al margine tra le montagne e la grande pianura. Là dentro, nella collina, c’erano chilometri e chilometri gallerie sotterranee. Non si hanno dati certi sulla fondazione dell’insediamento, ma gli archeologi la collocano da qualche parte nel Grottiano Inferiore, cioè settanta milioni di anni fa, più o meno.
Bei tempi, quelli delle grandi città sotterranee. Il sottosuolo era tutto sforacchiato, e abitato, e lunghi cunicoli collegavano un posto all’altro. La vita scorreva tranquilla. Là, dove il sole non batteva mai, non c’era mai niente di nuovo sotto il sole. Ma i cavernicoli, loro, la sapevano lunga: non conoscevano la noia: si facevano certe dormite che ogni tanto, si narra, ogni tanto qualcuno restava così, fossilizzato.
La città preferita dai cavernicoli era Speleopolis, perché qui non era come negli altri posti, che ci avevano solamente un misero speleobar nella sala principale, e niente più; no, a Speleopolis di speleobar ce stavano ben tre, dislocati strategicamente nello slargo, nel salone, e all’incrocio fra le tre gallerie. Gli studiosi concordano: gli abitanti di Speleopolis ci avevano la vista quasi atrofizzata – caratteristica comune a tutti i cavernicoli –, ma caspita se ci vedevano lungo.
Si davano da fare. Per esempio una volta l’anno, in autunno, ricorreva l’usanza di stare svegli; che era già di per sé una bella scommessa anzichenò: tutti puntavano la sveglia alle sette del mattino per non lasciarsi scappare l’occasione. C’era la Fiera della Casa, una grande riunione che migliaia e migliaia di cavernicoli accorrevano da tutto il mondo sotterraneo: la aspettavano per mesi, la fiera, e si sobbarcavano lunghi viaggi, pur di partecipare a quell’annuale appuntamento ipogeo.
All’evento partecipavano fior di architetti, ingegneri, geometri, arredatori d’interni, manovali, imbianchini, piastrellisti, impiantisti, ma soprattutto semplici inquilini, che erano la maggior parte; e ognuno diceva la sua. Un anno c’era la moda della stalattite appesa al soffitto, l’anno dopo andava la stalagmite nell’ingresso, l’anno appresso no, tornava in voga la vaschetta di calcite nel patio. I cavernicoli erano incredibilmente volubili: cambiavano gusti alla velocità del buio. E così, tra uno sbadiglio e l’altro, il dibattito era sempre molto acceso.
«Sai, quest’anno ho rifatto la colata».
«Ah, io alla fine l’ho tolta, che è scivolosa. Ho messo il brecciolino, che lo consigliano pure su Ville & Grottini».
«Casa mia è un po’ umida, e ci ho troppi spifferi».
«Uh, davvero? La mia, da quando ho installato l’ingresso nuovo, è fresca d’estate e calda d’inverno. Ci sono gli incentivi, sai?»
E c’era sempre il saputello: «Ma che ne volete sapere voi, di grotte!»; il rassegnato: «C’è poco da fare, la grotta perfetta non esiste»; il nostalgico: «Eh, non ci sono più le caverne di una volta»; l’imprenditore scaltro: «Se mi disegnate pianta e sezione, ve la scavo io una grotta coi controfiocchi».
Si discorreva, insomma, del più e del meno mille, fin dalla notte dei tempi.
Questi consessi annuali duravano tre o quattro giorni, la sera si ballava e si beveva, e poi grandi abbracci e pacche sulle spalle, e a presto, arrivederci, e ognuno se ne tornava al paese suo, nelle profondità delle montagne.

Ma già nel Grottiano Inferiore la natura era regolata dalla stessa legge universale che vige anche al giorno d’oggi: la sfiga. E allora avvenne l’inevitabile. Secondo gli esperti, il fatto accadde quasi all’improvviso, verso la fine di quel periodo geologico, manco a farlo apposta proprio al passaggio col Grottiano Superiore, cioè grossomodo sessanta milioni di anni fa. Per intenderci: non c’era già più la mezza stagione ed erano iniziate le grandi inondazioni, le montagne erano in subbuglio, smazzate come mazzi di carte da faglie micidiali – questa è un’ipotesi ancora non dimostrata; insomma c’era un gran caldo e, per fare una partenza intelligente, la popolazione primordiale dei Giauli si era già avviata su grandi zattere alla volta delle Dolomiti, e i dinosauri, crudelmente abbandonati al loro destino, erano destinati all’estinzione per mancanza di carezze.
I cavernicoli, incalzati dalle inondazioni, furono costretti a lasciare le grotte e – adattatisi obtortocollo alla luce del sole – a rifugiarsi sulle cime delle montagne, o nelle valli più riparate. In una di queste vallate, i profughi di Speleopolis fondarono la città di Fuoricaverna. Lì vissero e prosperarono per milioni di anni, e dagli e dagli, alla fine, per quanto i nonni cercassero di tramandare ai nipoti il sapere di un tempo, finivano per raccontare sempre le solite vecchie storie, trite e ritrite, delle caverne e dei bei campi solcati e dei tempi andati, e allora i giovani che erano irrequieti dimenticarono la saggezza e si diedero alla vita dissoluta; che mica per niente erano giovani.

Trascorsero così altri milioni di anni. La città di Fuoricaverna, per adeguarsi alle mode e al progresso, cambiò diverse volte nome: dapprima, in memoria delle origini, si chiamò Cavernavecchia, ma quel nome non durò molto, sapeva un poco di stantio, e allora si chiamò Cavernanuova. Poi, si sa, i giovani sono moderni e studiano le lingue, e così la città si chiamò nientepopodimeno che: New Cave. Non c’era che dire: un gran bel nome: contemporaneo, fresco, al passo coi tempi. Ma i nonni e i bisnonni, che non erano abituati a mettere il naso fuori di casa e conoscevano le lingue, non ci capivano più niente e la chiamavano Niucheive, oppure Nuova Cave, Nuova Cava, o solamente Cava, o Cavina, Casa, Casina, Casòla oppure Càsola.

Fu molti anni dopo, che, quegli stessi giovani, andando alla ricerca di posti per infrattarsi, cominciarono a scoprire gli ingressi delle grotte. Ohibò, per loro fu come entrarci per la prima volta, e al tempo stesso una riscoperta. Si addentrarono nelle gallerie e, pieni di stupore, esplorarono – riesplorarono – sale e meandri, superarono strettoie e zone allagate, lasciarono segni per non perdersi, disegnarono mappe, scoprirono un mondo perduto fatto di grandi vuoti, posti che narravano storie antiche e toccavano corde ancestrali che quei ragazzi neppure sapevano di possedere. Fu come andare in soffitta e aprire il baule dei ricordi di famiglia: in mezzo a tanta roba vecchia, sgangherata e polverosa, i nuovi esploratori trovarono qualcosa di se stessi.
Fu in seguito a quelle scoperte che il paese decise di chiamarsi nuovamente Speleopolis.

 

Incontro internazionale di speleologia
Casola 2013 Underground
Casola Valsenio, 30 ottobre-3 novembre 2013

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In viaggio nelle grotte

L’ingresso di una grotta sulle pareti della Forra del Titerno, Matese (Italia).

Da oltre dieci anni scrivo per il web e per la carta stampata, e faccio libri e guide. Buttar giù parole, e pronunciarle in pubblico, come si suol dire, è il mio mestiere. Vivo di questo. È una professione artigianale, che svolgo nel privato del mio laboratorio, ma che spesso presento davanti a molta gente. Col pubblico ho una certa dimestichezza, insomma.

Eppure alla prima presentazione de Il respiro delle grotte, durante l’incontro internazionale di speleologia di Casola Valsenio, un mese fa, ero proprio emozionato. Il palco del Teatro Senio era immerso nell’atmosfera magica di Speleopolis: davanti a me, nel buio della sala, brillavano centinaia di occhi di speleologi, compagni di esplorazioni e avventure in giro per il mondo. Sapevo di essere a casa, avvolto in una grande famiglia, ed era proprio questo a mettermi apprensione: presentavo agli speleologi un libro di speleologia. Come vuotare un sacco di farina in casa del fornaio.
Se è andata bene, è stato merito di Max Goldoni, che ha letto brani del libro, e del maestro Daniele Faziani, che li ha musicati col suo sassofono morbido e profondo. Grazie.

Questo libro l’ho dedicato alla passione che mi trascina da oltre vent’anni, e che ha segnato e cambiato la mia vita: la speleologia. Varcai la porta del mondo sotterraneo nel lontano inverno del ’92, col Gruppo Speleologico del Matese, e da allora non ho più smesso. Il richiamo del buio è irresistibile. Andar per grotte è molto più che cacciarsi dentro budelli stretti, al freddo, al buio, in posti umidi e lontani dal sole. La speleologia è soprattutto esplorazione. È entrare in luoghi mai visti, percorrerli e illuminarli per la prima volta.
Se escludiamo la perlustrazione del fondale degli oceani, l’attività degli speleologi è l’ultima frontiera dell’esplorazione geografica sul pianeta Terra. Le montagne sono state tutte salite, e comunque fotografate dai satelliti. Per trovare posti nuovi occorre andare nello spazio; e pure lì, entro certi limiti, si va verso luoghi già individuati, posizionati. Quando l’uomo mise piede per la prima volta sulla Luna, calpestò una superficie che aveva già osservato, seppure a distanza.

Le grotte no: prima che qualcuno ci entri per la prima volta, praticamente non esistono. Sono luoghi completamente sconosciuti: nessuno li ha mai visti prima. Lo studio di una montagna può farne supporre l’esistenza, si possono fare ipotesi sulla lunghezza e sulla profondità degli abissi che vi si celano, ma non si può stabilire se essi siano accessibili o percorribili, quanto siano estesi, se siano stretti o larghi, asciutti oppure allagati. Hanno grandi ambienti? si sviluppano in gallerie orizzontali o inclinate? precipitano in pozzi vertiginosi? No, delle grotte non si può sapere nulla, prima che qualcuno le esplori. La speleologia aggiunge pezzi nuovi alla geografia del mondo noto.

Più volte, questa attività è stata definita grossolanamente «alpinismo all’ingiù». Ma no, l’alpinismo non c’entra proprio niente. Con la speleologia ha in comune soltanto qualche attrezzatura. Per il resto, sono due mondi immensamente diversi: l’alpinista punta a raggiungere la vetta; lo speleologo, invece, il fondo vuole superarlo. Andare oltre una vetta non è possibile, perché la vetta è il punto più alto di una montagna, il luogo più elevato raggiungibile; ed è un punto noto. Il fondo no: è il posto più lontano che sia stato raggiunto dentro una grotta, è un limite esplorativo, e spesso lo si può superare. Il fondo non è l’opposto algebrico della vetta, come la profondità non lo è dell’altezza.

Per lavoro viaggio molto. Ho imparato a godere di una partenza, a sentirne il sapore agrodolce, quel misto di spinta e resistenza, di entusiasmo muscolare e al tempo stesso mollezza nelle gambe, quella voce interiore che invita ad andare, contrapposta all’altra, che chiede di restare. Conosco piuttosto bene l’ebbrezza del vagare, del vedere posti nuovi, di descriverli, fotografarli per poi raccontarli; mi piacciono i giorni girovaghi in cui l’unico compito è quello, appunto, di stare in giro, e l’unico debito da saldare è con la mia curiosità. Ho imparato anche il piacere di tornare, perché è il ritorno, in fin dei conti, l’anima del viaggio: senza la prospettiva del ritorno, una partenza avrebbe ben poco fascino, e sarebbe soltanto fonte di ansia.
Ecco, da viaggiatore per così dire di professione, mi prendo la licenza di affermare che la speleologia esprime la massima sintesi del viaggiare. Anche una semplice escursione – chiamiamola così – in grotta, racchiude in sé tutti gli elementi del viaggio: la partenza/ingresso, il vagare in posti nuovi, il ritorno/uscita. L’ingresso e l’uscita di una grotta, sono per lo speleologo lo stesso posto; come per il viaggiatore la porta di casa. Il viaggio comincia a casa, ed è a casa che finisce. Quando varchiamo la soglia di una grotta, noi speleologi la chiamiamo ingresso; e quando la varchiamo nuovamente in senso opposto, al ritorno, la chiamiamo uscita. Cosa facciamo, quindi, dentro le montagne? Viaggiamo, nel senso più proprio del termine.

Non è un caso che questo libro sia ospitato in una collana intitolata «Piccola filosofia di viaggio». L’editore Ediciclo l’ha mutuata dalla «Petite philosophie du voyage» della francese Transboréal. Il format italiano è identico: stessa grafica di copertina, stessa impostazione generale, numero di pagine fisso: novantasei.
È stato soprattutto lo spazio a disposizione a condizionare il mio lavoro. Non soltanto era pochissimo, ma anche prestabilito. Questo gioco, che inizialmente mi era apparso come un limite (riuscirò a farci stare tutto ciò che ho in mente?), si è rivelato invece un notevole aiuto: obbligato alla sintesi, ho dovuto asciugare e puntare al sodo. Quel che ne è venuto fuori non è proprio il libro che avrei voluto scrivere, ma gli si avvicina. Per il momento, lo ritengo il mio piccolo manifesto speleologico.

 

L’idea del libro è nata la scorsa primavera. Vittorio Anastasia, editore puro come ce ne sono pochi in Italia, evidentemente non pentito di avermi già pubblicato un libro qualche anno fa, mi ha mostrato la collana e, col suo fare proiettivo, mi ha chiesto: «Come lo vedresti un titolo sulle grotte?».
Da allora ho cominciato a pensarci. Nella memoria recavo impressa una gran quantità di appunti virtuali, oltre a quelli sparsi su decine di taccuini. Si trattava di tirare le somme, e di trovare il tempo per scrivere. Questo tempo l’ho trovato durante il campo speleologico sul Matese, l’agosto scorso. Mi ci è voluta una settimana, più o meno, per trasformare gli appunti mentali in annotazioni nero su bianco. Ho lavorato all’ombra della faggeta che mi è cara, a pochi metri dalla grotta in cui era ambientata la storia che volevo raccontare: l’abisso di Pozzo della Neve. L’atmosfera era quella giusta, con gli amici speleo che andavano e venivano, e il respiro della grotta proprio lì; potevo sentirlo, portato dallo svolazzare serale dei pipistrelli, e dal rincorrersi dei ghiri sui rami.

Nelle intenzioni iniziali dell’editore, il libro doveva essere un saggio, ma è venuta fuori una via di mezzo tra un racconto e un pamphlet. La stesura vera e propria l’ho fatta a settembre. Ho messo in pausa altri lavori, e in una settimana ho finito.
Per scattare una fotografia non ci vuole un quindicesimo, o un sessantesimo, o un millesimo di secondo, ma molto, molto più tempo; a volte una vita intera. E così, anche se uno butta giù un libro in una settimana, sicuramente ci ha lavorato a lungo. A questo, io ho dedicato una ventina d’anni.

Visto che il format del libro non prevedeva la possibilità di inserire ringraziamenti, li metto qui. La mia riconoscenza va alle decine, centinaia di speleologi che ho incontrato in tutti questi anni, quelli con cui ho condiviso il silenzio del mondo sotterraneo, quelli con cui ho costruito emozioni e sentimenti, quelli con cui ho viaggiato in paesi lontani, quelli che ho incontrato intorno a un tavolo. E ringrazio Paola Roli, che, da non speleologa e forse proprio per questo, ha saputo darmi quelle due o tre dritte che mi hanno aiutato a confezionare il libro in così poco tempo.

 

copertina

Il respiro delle grotte
Piccole divagazioni sulla profondità
Ediciclo editore, Collana Piccola filosofia di viaggio, 2013
96 pp., € 8,50 – ISBN: 978-88-6549-099-0
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Ospite al Film festival della Lessinia

Si parla di esplorazione con Alessandro Anderloni, direttore del festival (foto: FFDL 2013)

Per il secondo anno sono ospite del Film festival della Lessinia, giunto alla diciannovesima edizione. Sono venuto a presentare il documentario Río La Venta, un canyon tra due oceani. Realizzato nel 1994 per la regia di Tullio Bernabei, il film ottenne nel 1995 al Festival di Trento la «Genziana d’Argento» come miglior documentario di esplorazione e tutela.

Bellissime immagini e un testo asciutto documentano la fase iniziale delle ricerche speleologiche nell’area della Selva El Ocote in Chiapas (Messico). Lo vidi per la prima volta proprio durante una di quelle spedizioni: nel novembre del 1994, in un affollato locale di Tuxtla Gutiérrez. Ero giovane e inesperto. Avevo appena fatto conoscenza con quei luoghi, con le grotte tropicali e coi fangosi sentieri per raggiungerle. Ma soprattutto avevo iniziato a scoprire i villaggi al margine della giungla, e i loro abitanti. Con alcuni di loro siamo poi diventati amici.

Quel film ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo delle esplorazioni successive condotte dall’associazione La Venta. Le proiezioni effettuate in Messico hanno contribuito alla nascita di una nuova generazione di speleologi locali, coinvolti in un’affascinante avventura, che ha consentito importanti scoperte speleologiche e archeologiche, e che continua tuttora.

Negli ultimi vent’anni il gruppo La Venta ha viaggiato, esplorato, documentato e studiato grotte e altri luoghi remoti in tutti i continenti. Ma non ha mai smesso di lavorare in quella zona del Chiapas, dove ha scoperto decine di chilometri di grandi grotte, tra cui la Cueva del Río La Venta, una delle più spettacolari traversate speleologiche al mondo.

Laggiù sono state organizzate oltre trenta spedizioni, in collaborazione con università italiane e messicane. Le missioni, rese possibili soprattutto da sponsor, hanno coinvolto decine di speleologi di diverse nazionalità e hanno potuto contare sul patrocinio del governo dello stato del Chiapas, della Reserva de la Biosfera Selva El Ocote e del municipio di Cintalapa de Figueroa. L’ultimo passo di questo affascinante viaggio è la nascita, l’anno scorso, del Centro de Estudios Kársticos La Venta, che annovera soci italiani e messicani e ha sede a Tuxtla Gutiérrez. Il centro si occupa di studiare e salvaguardare l’eccezionale patrimonio carsico dell’area, investendo anche sulla formazione.

Il film Río La Venta, un canyon tra due oceani è ormai un documento storico: narra la storia di un’esplorazione incredibile, quasi ottocentesca, condotta alla fine di un secolo in cui tutto sembrava ormai già noto. E testimonia la potenza del cinema nel coinvolgere e accomunare esploratori, ricercatori, istituzioni e popolazioni locali.

La proiezione si è svolta domenica 25 agosto alle 17 nel teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova, durante un evento speciale del festival. Rivedere questo film dopo tanti anni mi ha riportato all’emozione di quell’afosa sera di novembre di tanti anni fa, in Messico. Allora eravamo pochi intimi; stavolta il teatro era affollatissimo.

Dopo i lunghi applausi, il direttore del festival Alessandro Anderloni mi ha fatto qualche domanda sull’associazione La Venta e sull’esplorazione. Il pubblico è rimasto inchiodato alle poltrone, con gli occhi spalancati. Mi stupisco sempre, quando i racconti del nostro andar per grotte emozionano chi di grotte ne sa poco. Ma non dovrei: del resto emozionano anche noi, sia che andiamo in capo al mondo sia che ci infiliamo nella grotticina dietro casa. È il bello della speleologia.

Giovedì 29 agosto, alle 17, il Festival ospiterà anche il film La grotta dei Giauli, realizzato da Enzo Procopio e Tono De Vivo, girato in collaborazione con La Venta nello spettacolare contesto delle Dolomiti. Saranno presenti gli autori e i protagonisti del film: Mauro Lampo con i suoi Giauli.

 

Rio la Venta, un canyon tra due oceani
Regia: Tullio Bernabei

50’. Etabeta/La Venta, Italia 1994.

La grotta dei Giauli
Regia: Enzo Procopio, Tono De Vivo

30’. Alchimia Treviso, Italia 2013.

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Transumanti a pedali

Località Frattura. Scanno, 2012
Località Frattura. Scanno, 2012

Eccoci qua. Domattina si parte per L’Aquila. In bicicletta. Sarà una transumanza a pedali, una lunga e bella pedalata tra i monti abruzzesi per raggiungere, da Roma, il centro della città che quattro anni fa è stata colpita dal terremoto, e che ancora stenta a riprendersi. La ricostruzione del suo centro storico è un’impresa complessa, che richiede un’attenta riprogettazione. Quale migliore occasione per ripensare una città a misura d’uomo, libero dalla schiavitù dei mezzi a motore privati, un luogo aperto a chi preferisce spostarsi a piedi e in bicicletta?

Sabato sera, 22 giugno, suoneranno in piazza i Têtes de Bois, il noto gruppo musicale romano, storicamente legato alla bicicletta. L’energia della serata sarà fornita da un gruppo di ciclisti: ciascuno con la propria bici, i pedalatori forniranno elettricità al palco. Lo spettacolo si chiama, appunto, Palco a pedali. Un’operazione che a prima vista può apparire bizzarra, ma che ha un preciso significato politico: proporre, sostenere e difendere l’idea che una mobilità diversa sia possibile. Il che, a ben vedere, non è solo un’aspirazione velleitaria e un po’ snob, ma una proposta alternativa, una rivendicazione di spazio e, tutto sommato, di classe.

Cosa c’entra la bicicletta con la lotta di classe e con tutti quei concetti stantii e superati? Venite a L’Aquila e ne parleremo.

Noi partiamo domattina, venerdì 21, da Roma. Tappa domani sera all’ostello di Contigliano, per arrivare a L’Aquila sabato pomeriggio, insieme a un gruppo di camminatori che arriverà dall’Emilia. In tempo per il concerto.
Se non ve la sentite di pedalare per due giorni e su quasi mille metri di dislivello, potete raggiungerci in un punto qualsiasi del percorso. Anche pochi chilometri prima della città.

 

 

Il progetto della Transumanza a pedali nasce da un’idea di Andrea Satta ed è andato crescendo negli ultimi mesi in diversi incontri romani e aquilani. L’iniziativa è promossa da: Têtes de BoisActionAidA SudCircolo Arci QuerenciaComitato 3e32Gruppo di AQuisto SolidalePiazza D’ArtiFIAB e ha il patrocinio del circuito Wigwam.

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Partire o non partire?

In una valle del Ladakh vivono oltre cento famiglie di pastori nomadi. O, meglio: vivevano. Perché stanno andando via. Attratti dal miraggio della vita di città e respinti dalle difficoltà della montagna, poco a poco, una famiglia dopo l’altra, scendono a valle. Si trasferiscono nella capitale, Leh, dove perlopiù diventano muratori o manovali.

Fanno questa scelta per stare più vicini ai figli, che hanno già rifiutato la vita nomade per inseguire l’illusione della comodità, del progresso, di uno status che gli conferisca maggior riconoscimento sociale. Ma il volersi ricongiungere ai figli getta questi pastori nomadi in una contraddizione: se prima li avevano lontani ma potevano aiutarli anche economicamente, ora che li hanno vicini finiscono per dipendere da loro.

Per abbandonare la vita da nomadi, infatti, i pastori sono costretti a vendere tutto il loro bestiame. In blocco, sottostando alle condizioni dei mercanti e della stagione. In questo modo si tagliano qualsivoglia possibilità di fare marcia indietro.

L’esodo verso la città promette quindi un futuro di alienazione, oltre che di perdita d’identità.

Questa storia è raccontata ne La nuit nomade, lungometraggio di Marianne Chaud, giovane documentarista che ha trascorso molti mesi tra le montagne nel nord dell’India. Ha studiato vita, tradizioni, contraddizioni dei popoli che abitano quelle terre, e ha imparato la lingua dei nomadi. Proprio questa facilità linguistica le ha consentito di raggiungere un alto grado di intimità coi pastori, e di filmare scene di vita quotidiana apparentemente normali ma dense di ansie e aspettative. Partire o non partire? Nel suo film, la Chaud raccoglie frasi sagge, battute ironiche, confessioni. E osa, persino: si concede il lusso di entrare in scena, facendo per qualche istante oscillare dei fiori gialli davanti alla camera.

Con uno dei pastori nasce un rapporto molto confidenziale. A un certo punto lui le dice: “E’ una fortuna che tu parli la nostra lingua, altrimenti saremmo come due montagne che si incontrano, o come due sassi”.

Partire o non partire, quindi? Se fossimo degli irrecuperabili sentimentali, citeremmo ora quell’adagio secondo il quale partire è un po’ morire. Invece lasciamo parlare uno dei protagonisti del film, un pastore che si incammina nella landa desolata, però amata, della sua terra. “C’est terrible de choisir”, confessa alla telecamera. È terribile dover scegliere.

Bellissima la fotografia, che rende i paesaggi in modo vivido ma senza lasciare che schiaccino i personaggi. Il resto lo fa una colonna sonora incalzante e leggera.

Coprodotto da Zed e da Arte il film è uscito nelle sale il 4 aprile scorso. Tra i ventuno film in concorso all’edizione 2012 del Film festival della Lessinia, ha ottenuto il Premio del Curatorium Cimbricum Veronense.

A proposito, come va a finire per i pastori che scelgono di trasferirsi in città? Il film della Chaud lo lascia soltanto intuire. Ma al festival della Lessinia è passata un’altra pellicola, ambientata proprio a Leh, capitale del Ladakh. Non c’entra niente con la vita dei pastori nomadi che hanno deciso di trasferirsi, ma in qualche modo racconta qualcosa che li riguarda. Il film si intitola Out of thin air, e parla della sgangherata industria cinematografica di questa città. Ispirati al modello di Bollywood, intraprendenti quanto improvvisati cineasti locali sfornano film a basso budget che riscuotono un successo strepitoso. Gli attori – ma anche gli operatori, i fotografi, gli sceneggiatori e così via – vengono reclutati tra manovali, tassisti, casalinghe, contadini e persino monaci. Sicuramente tra loro c’è anche qualche (ex) pastore nomade.

Natalino Russo, Roma.

La nuit nomade
Marianne Chaud
90’, Francia, 2011
Sito ufficiale: www.lanuitnomade.com

Out of thin air
Shabani Hassanwalia, Samreen Farooqui
49’, India, 2009

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Un festival per la ruralità

Bosco Chiesanuova è un piccolo paese della Lessinia, a una mezzora di macchina da Verona. A millecento metri di quota, è il posto giusto dove cercare refrigerio in giorni di caldo torrido. Non che qui faccia proprio fresco, ma almeno si respira aria di montagna. Si scorge da lontano il Corno d’Aquilio (1545 m), limite settentrionale della Valpolicella e contenitore di grandi grotte carsiche come la ben nota Spluga della Preta.

Ma quella che si respira a Bosco in questi giorni non è propriamente aria di cime, e nemmeno di caverne. Qui ogni anno, a fine agosto, approda una montagna speciale, un territorio fatto di ruralità e di vita all’aperto, di uomini e donne che abitano terre lontane, e di registi che raccontano queste storie.

Dal 1995, in questi paraggi si svolge il Film Festival della Lessinia, dedicato appunto alla montagna nell’accezione più ampia del termine.
Vita, storia e tradizioni in montagna, recita il sottotitolo. Del resto i film in concorso quest’anno parlano chiaro: accanto alle storie di montagna – quelle in cui le inquadrature sono occupate da neve, ghiaccio, pareti, profili affilati, fiumi impetuosi – sullo schermo scorrono vite vissute in territori lontani dagli uomini e dalle donne che li abitano.

È la ruralità, più che la montagna, il vero tema di questo festival.

Ne parlo con Alessandro Anderloni, direttore artistico della manifestazione. Lo incontro a un tavolino in Piazza del Festival, davanti al Teatro Vittoria. Intorno a noi c’è un brulicare di persone: registi, sceneggiatori, operatori e pubblico; alcuni sono arrivati qui da lontano, per partecipare a una settimana di proiezioni, dibattiti e seminari.

“Credo che il festival vada trovando gradualmente una sua identità”, dice Alessandro mentre sorseggiamo un mojito. “La parola ‘montagna’ comincia a starci stretta: non rende giustizia all’impostazione di questo festival, che di anno in anno va connotandosi in modo più chiaro”.

Qui infatti approdano storie che narrano di uomini e donne, dei territori rurali che abitano, delle difficoltà e delle contraddizioni di vivere oggi in quei contesti. La televisione, il cinema, le strade, le merci e il mercato si espandono inesorabilmente, penetrano in territori isolati solo fino a qualche anno fa. Li stanno cambiando, li cambieranno per sempre. Il compito del festival di Bosco Chiesanuova forse è proprio questo: dare spazio a chi vuole e sa raccontare questo cambiamento in atto. Il che non ha niente (o poco) a che vedere con la conquista di una cima, con la montagna vissuta come avventura. Per quello esistono già altri festival. Qui si fa un narrare che non punta alla meta ma racconta il viaggio mentre esso si svolge.

“E’ proprio così”, commenta Anderloni. “All’inizio eravamo in conflitto con l’altro festival, quello di Trento, anch’esso dedicato alla montagna. Ma pian piano noi stiamo trovando un’identità diversa, un approccio che ci piace nettamente di più. Credo che il futuro di questo festival sia proprio questo. Forse è giunto il momento che il nome stesso, Festival della Lessinia, diventi autosufficiente, non abbia più bisogno di un sottotitolo esplicativo. Chi viene qui, ormai sa bene che non proponiamo film di montagna nel senso tradizionale. E gli va bene così. Durante queste sere abbiamo proiettato lungometraggi che raccontano storie di pastori, di città, di valli. Sullo sfondo c’è sempre la vita rurale con le sue difficoltà e le sue contraddizioni, e questo al pubblico piace. Registriamo ogni sera il tutto esaurito, e per chi organizza un festival questa è la più grande soddisfazione”.

Questo è un anno strano. L’estate scalda e paralizza la pianura, ma non riesce a intaccare chi, come noi, trascorre questi giorni a mille metri di quota. Certo fa caldo anche qui, ma il bar del festival è un’isola felice. Qui si chiacchiera, si sfogliano libri, ci si scambia foto, racconti, sogni che potrebbero diventare progetti.

Il mojito è quasi finito. Lascio Alessandro ai suoi impegni pomeridiani.

Mentre scrivo queste righe ripenso a uno dei film visti l’altra sera. “Out of Thin Air”, di Samreen Farooqui e Shabani Hassanwalia. Due giovani registe indiane raccontano il Ladakh come nessuno l’ha mai fatto. Nessuna cartolina turistica, nessun linguaggio compiacente o compiaciuto, ma uno sguardo fresco e apparentemente amatoriale per un film che parla di film.
Nella città di Leh è nata un’industria cinematografica che, con risorse quasi nulle, imita le grandi produzioni di Bollywood. Per farlo coinvolge gli abitanti stessi della città, persone che nel quotidiano conducono vite normali: tassiti, falegnami, autisti, insegnati, casalinghe, persino monaci. Con un approccio apparentemente amatoriale, girato cioè con tecniche proprie delle produzioni che intende raccontare, il film offre uno squarcio inedito di un paese bellissimo come il Ladakh, delle sue montagne, delle sue valli e dei fiumi impetuosi che le percorrono.

Si esce dalla sala col sorriso sulle labbra, e con la voglia di vedere altri film che sanno parlare dei luoghi in modo nuovo e fresco.

Natalino Russo, Bosco Chiesanuova (Verona, Italy)

asdasd
Badge & Co. Boscochiesanuova, 2012
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Matese

Campo Rotondo. Monti del Matese, 2007
Campo Rotondo. Monti del Matese, 2007

Oggi si va un paio di giorni sui monti del Matese, tra la Campania e il Molise, a vedere a che punto è l’autunno. Trascorreremo qualche ora nei boschi e al rifugio Le Janare, insieme agli amici e alla macchina fotografica. Uno stacco necessario in questi giorni di lavoro intenso.

Natalino Russo, Labico.

[cite]Musica del giorno: Edoardo Bennato.
Acquistando su Amazon da un link su questo sito, contribuisci al suo mantenimento.[/cite]