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Entro a volte nel tuo sguardo

Sergio Claudio Perroni se n’è andato un mese fa, per sua scelta. Fino a pochi giorni prima avevamo lavorato alla selezione fotografica per la sua mostra, “Entro a volte nel tuo sguardo”, per la quale ho curato anche la stampa. La mostra fa parte degli eventi de La Milanesiana, rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi e giunta alla ventesima edizione.

Il catalogo ha contributi firmati da Elisabetta Sgarbi, Pierluigi Panza, Cettina Caliò, Sergio Claudio Perroni e dal sottoscritto.

La mostra inaugura il 27 giugno 2019 alle 18.00 presso la Galleria Antonia Jannone di Milano e resterà aperta fino al 23 luglio.

 

 

Galleria Jannone
Corso Garibaldi 25, Milano
Dal martedì al sabato, dalle 15.30 alle 18.30

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Visioni persistenti

A Milano la mia mostra fotografica Point of view / Persistence of vision. Negli ambienti storici di Palazzo Saporiti, Banca Galileo. Per tutto il mese di maggio.

Negli ultimi vent’anni ho realizzato reportage per riviste, illustrazioni per guide o libri di viaggio, scatti costruiti per agenzie di comunicazione, foto di lunghe camminate, storie di esplorazioni speleologiche e così via. Da questo bagaglio ho provato a estrarre alcune immagini. Ho tentato di raccogliere fotografie che stessero al gioco di parole del titolo.

Scattare fotografie significa pescare istanti dallo scorrere ininterrotto del tempo. È un’esperienza meravigliosa perché consente di trasformare momenti effimeri in figure tangibili: da liquide si fanno solide, come la lava dello Stromboli che cola nel mare. Dalla fotocamera escono tracce stratificate, battiti d’ali, impronte allineate come quelle degli ominidi agli albori del tempo.

Le Ciampate del Diavolo
Roccamonfina, Italia. Le ciampate del diavolo, impronte di ominidi di 350.000 anni fa.

La mostra prova a dare corpo a un’idea che del resto sta alla base della fotografia: la presenza del fotografo e il suo punto di vista possono generare immagini persistenti di istanti fugaci. Sono esposte immagini di situazioni e luoghi iconici. Un monaco ortodosso in cima al sacro Monte Athos mentre al tramonto l’ombra della vetta si allunga sul mar Egeo. Un’altra ombra, quella del Monte Teide a Tenerife, che all’alba forma un’immensa piramide sull’oceano Atlantico. È un luogo effimero, l’isola non trovata di Gozzano poi cantata anche da Guccini.

C’è un’immagine ripresa volando in mongolfiera sulle Alpi, nel momento in cui le nuvole si aprono e sullo sfondo si affacciano le cime innevate. Una situazione simile a quella di un volo in elicottero sull’Auyan tepui, in Venezuela, durante una spedizione col gruppo La Venta: le nuvole si sono aperte ed è spuntato maestoso il Salto Angel, la cascata più alta del mondo. E poi le isole Lofoten in Norvegia, dopo un temporale; le pitture rupestri e i cieli stellati nel deserto della Bassa California, in Messico; un fossile in una grande grotta delle Filippine; la coda di un capodoglio che sta per inabissarsi nel Mare del Nord; un allocco che esce da una grotta appenninica.

Qui in anteprima alcune delle immagini esposte. Le fotografie sono stampate in grande formato su carta pregiata Hahnemühle Photo Rag. Hanno una tiratura di dieci copie e sono certificate singolarmente con ologramma.

Insomma siete invitati. E se vi va estendente l’invito condividendo questo post e l’evento Facebook della mostra.

 

POINT OF VIEW / PERSISTENCE OF VISION
Fotografie di Natalino Russo

Palazzo Saporiti, Banca Galileo
Corso Venezia 40, Milano
Dal 29 aprile al 30 settembre 2016
Orari: dal lunedì al venerdì
8.30-13.30 / 15.00-18.00
INGRESSO LIBERO

 

Natalino Russo 160107.1863 _
Monte Teide, Tenerife. L’aria è fredda, il sole è appena sorto. Dalla vetta del vulcano (3718 m) si vede il triangolo d’ombra proiettarsi verso ovest sull’Atlantico. Per qualche minuto forma un’immensa piramide sull’isola di La Palma. Poi svanisce.
Reine. Dopo il temporale.
Reine, Norvegia. Sull’isola Moskenesøya ha appena smesso di piovere. Per qualche istante le nuvole avvolgono le pareti scure a strapiombo sul mare. Poco dopo irrompono i colori delle Lofoten.
pozzaccio del diavolo. Allocco (Strix aluco)
Monte Massico, Italia. È calata la notte. Un allocco esce dal suo nido sulle pareti di un pozzo carsico all’ingresso di una grotta.
Salto Angel
Auyan tepui, Venezuela. Nel 1933 il pilota americano Jimmy Angel, in servizio presso alcune miniere, sorvolò l’Auyan tepui e vide la cascata Kerepakupai merú. Da allora la cascata si chiama Salto Angel. È la più alta del mondo (979 m).

 

In apertura:
Monte Athos, Grecia. Un monaco ortodosso è salito a piedi sulla vetta della montagna sacra, a 2030 metri di quota. Il sole sta tramontando. Per qualche minuto l’ombra del monte si allunga sul mar Egeo.

 

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McCurry? Yawn

Astonishingly boring, straordinariamente noioso. Così è stato bollato qualche giorno fa sul New York Times il lavoro di Steve McCurry, indiscussa – fino a ieri – icona fotografica mondiale. L’articolo, firmato dal fotografo e saggista Teju Cole, si intitola A too-perfect picture: i soggetti di McCurry sono sempre in posa o lo sembrano, hanno visi dipinti a colori vivaci o indossano serpenti come collane, guardano in camera con occhioni seducenti; e poi la composizione è rigida e monotona, la saturazione esasperata. McCurry non ritrae i luoghi – in questo caso l’India – ma la visione idealizzata che ne ha. Come chi raccontasse gli Stati Uniti ritagliandone scorci da Vecchio West. Insomma, che noia. Questo il succo dell’articolo.

Ovviamente è subito partita la tifoseria. A favore e soprattutto contro McCurry, le cui foto continuano a essere esposte in tutto il mondo e a generare incassi da superstar.
Ecco, il punto è proprio questo: più che un fotografo in carne e ossa, uno che va in giro con la macchina fotografica al collo, ormai da anni Steve McCurry è (percepito come) una superstar.
È un brand costruito molto sulla bravura tecnica, in parte su una visione personale del mondo, moltissimo sul marketing. McCurry è diventato un’icona perché sa usare la macchina fotografica ma soprattutto perché ha lavorato sodo, per decenni, viaggiando senza sosta e promuovendo il suo lavoro. Insomma ha usato bene la testa.

Il suo approccio estetizzante e pittorico è lontano dal reportage. Colpisce ma non incuriosisce. Tuttavia non toglie nulla a chi il reportage lo fa o lo cerca. Il mondo è grande, le possibilità fotografiche sono infinite. Perché prendersela adesso con Steve McCurry? Perché è famoso e ha fatto i soldi?
Lo stesso meccanismo che ha trasformato un fotografo in star cara alle masse, porta le masse ad accodarsi a chi lo giudica noioso. È il solito tritacarne che osanna gli idoli e poi li impicca. Stare a guardare questo teatrino è divertente, all’inizio; poi diventa – oibò – noioso.

Avremmo potuto andarcene in giro a guardare il mondo, invece siamo rimasti a fotografarci i piedi nudi su un comodo tappeto colorato. Ma camminare è faticoso, si sa.

 

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Tempo e diaframma

Recentemente sono stato invitato a raccontare il mio lavoro di fotografo e giornalista. Twenty minutes speech. Questo il titolo della rassegna promossa dalla Banca Capasso. Venti minuti per raccontare un’esperienza attraverso storie e immagini.

La mia avventura è iniziata quando da bambino mi portavano a passeggiare sui monti del Matese. Era il tempo dei primi esperimenti con una macchina fotografica Bencini Comet II (quella che si vede nell’apertura del video – la foto è di Luigi Russo). La curiosità mi ha spinto poi a esplorare grotte: prima sul Matese, poi in altre montagne sempre più lontane. Ci si è messo anche il mio percorso universitario a darmi nuovi stimoli. Sicché ho unito la passione per la natura a quella per il viaggio, la scrittura e la fotografia. E ho deciso di farne un lavoro. La mia conferenza si intitola Tempo e diaframma, e racconta questo viaggio.

Ringrazio Salvatore Capasso, anche lui viaggiatore irrequieto, per l’entusiasmo con cui progetta e finanzia questi eventi; e Pietro Savastano per la perizia con cui ne cura l’organizzazione. E ringrazio il pubblico che ha riempito la sala del cinema Cotton di Piedimonte Matese.

 

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È arrivato l’autunno

Monti del Matese, Italia. Un’escursione sul monte Janara per guardare dall’alto la valle delle Secine e il monte Miletto coi colori dell’autunno. Il sentiero è poco impegnativo: risale la valle a nord di Campo Rotondo, poi segue la cresta tra faggi secolari e rocce modellate dal carsismo. Il sottobosco è umido, ricoperto di foglie e di muschio. Qua e là qualche acero: sta per colorarsi di rosso. Funghi minuscoli si radunano intorno ai tronchi degli alberi.

Stavolta però la cima era avvolta dalle nuvole, sicché niente panorama. Poco dopo la nebbia ha ovattato il bosco, e forse è stato anche più bello così.


Nikon D700
Nikkor AF-S 24-70/2.8G ED
1/80 f/4 ISO 400 

Questa e altre fotografie sono disponibili in stampa fine art.

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La luce della musica

Rodrigo y Gabriela, Daniele Sepe, Flo
Rodrigo y Gabriela, Daniele Sepe, Flo

Qualche settimana fa sul sito Olympus è uscito un mio articolo sul fotografare i concerti. Lo ripropongo qui in italiano e in versione estesa. Non metto anche le attrezzature utilizzate: potete trovarle a questo link: The light of music.

Mi piace la musica live. Sul palco il tempo scorre in modo diverso. E soprattutto c’è qualcosa di insolito per un fotografo: il suono.
La fotografia registra la luce, non il suono. Ed è un vantaggio. Sul serio: se non puoi catturare il suono, sei obbligato a cercarlo nella luce. È un po’ come scattare senza un obiettivo zoom: la focale fissa ti spinge a cercare la giusta inquadratura muovendoti avanti e indietro, ti obbliga a usare le gambe. E così puoi entrare nella scena, proprio mentre essa si compone.
Durante un’esibizione dal vivo devi concentrati sulla melodia, sugli sviluppi e sui cambiamenti dello spettacolo, sulle reazioni del pubblico. Sono momenti speciali pieni di piccoli dettagli, dita che si muovono, mani che s’intrecciano, occhi. È lì che si nasconde il suono.

Quello che sta per concludersi è stato un anno di viaggi e foto in giro per il mondo. Ho fotografato anche molti eventi musicali, tra cui alcuni concerti di Rodrigo y Gabriela, Daniele Sepe e Flo.

Il duo di chitarre messicano Rodrigo y Gabriela ha letteralmente reinventato l’uso della chitarra classica. Partendo dalla passione per l’heavy metal, Rod & Gab hanno miscelato rock e nuevo flamenco creando una peculiare sonorità, difficile da inquadrare in un genere. Col loro personalissimo stile acustico, hanno girato il mondo già diverse volte, hanno suonato in teatri come la Sidney Opera House, la Radio City Music Hall in New York, la Orchard Hall in Tokio, sono stati ospiti della Casa Bianca e delle Nazioni Unite. I loro cinque album hanno venduto più di cinque milioni di copie.
Durante il tour di presentazione dell’ultimo disco, «9 Dead Alive», ho coperto due spettacoli alla Royal Albert Hall di Londra. Grande teatro per due eventi magistrali: Rodrigo y Gabriela si sono esibiti per oltre due ore, suonando e saltando sul palco, senza sosta. Quei due sono un pozzo di energia, e per me è stato entusiasmante fotografarli.

Eclettico, ironico, diretto. Lo definirei così Daniele Sepe, musicista ben noto per il suo vasto repertorio che va dalle canzoni di protesta internazionali al jazz più raffinato. Napoletano, Sepe ha iniziato negli anni ’70 partendo dal flauto, per poi approdare al sax. Il suo stile fonde jazz, funk, melodie mediterranee, rock, rap e funky in un ampio spettro di originalissime contaminazioni. La forza delle sue sonorità è accompagnata dal forte impegno sociale, e da una personale declinazione dell’ironia napoletana.
Oltre a comporre bellissime melodie, usate anche nel cinema (ad es. Martone, Salvatores, Terry Gilliam), Daniele Sepe ha interpretato grandi musicisti di tutte le epoche, dalla musica classica a quella etnica, da Victor Jara a Frank Zappa. Ha inciso più di trenta dischi, nell’ultimo decennio in modo del tutto indipendente. A breve uscirà il suo ultimo album: «A note spiegate».
Dal vivo, Daniele è instancabile. Libera una grande energia e non smetterebbe mai di suonare. Jazzista purosangue, sovente improvvisa e – da maestro qual è – di tanto in tanto dà le spalle al pubblico per dirigere i suoi musicisti. Scattare foto con lui è divertente, oltre che istruttivo.

Napoli è uno scrigno di invenzioni e belle scoperte. Una di queste si chiama Floriana Cangiano, in arte Flo. Artista giovane e talentuosa, ha iniziato negli anni ’90 lavorando nel teatro e con molti musicisti napoletani, ultimo dei quali proprio Daniele Sepe. Con la sua passione per la musica tradizionale e la world music, Flo è una delle più brillanti ed eclettiche voci della scena musicale europea. Influenzata dalle sonorità mediterranee e dai cantautori dell’America Latina, raccoglie l’eredità di molti artisti, da Violeta Parra a Lhasa de Sela. Il suo primo album da solista, «D’amore e di altre cose irreversibili», contiene brani di grande sensibilità e poesia. Il disco ha avuto subito un grande successo, le ha portato numerosi premi e la sta proiettando in giro per l’Europa.
Flo è cresciuta all’ombra del Vesuvio, ed è lì, evidentemente, che ha imparato a essere un vulcano. È un magma, quello che cela dentro di sé e che riversa sul palco. Mi piace molto fotografare le sue mani e i suoi occhi. La sua musica è là, mi pare.

 

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Mexico

Natalino Russo 100424.7032  Le scoperte effettuate vengono accuratamente annotate sui quaderni di spedizione, che confluiscono nell'archivio dell'associazione
Appunti durante l’esplorazione della selva. Foto © Natalino Russo/La Venta

Domani comincia la spedizione «Chiapas 2014», diretta al canyon del Río La Venta e alla Selva El Ocote, nel sud del Messico. Questa è la mia ottava volta laggiù, ma sono emozionato lo stesso, como un niño con zapatos nuevos, come ogni volta che mi ritrovo a fare lo zaino per andare da qualche parte.

Saremo un bel gruppo assortito: una quindicina di italiani, sei messicani, uno spagnolo. Ci divideremo in più campi, per esplorare parti di foresta in cui, studiando le foto aeree, abbiamo individuato probabili ingressi di grotte; per ultimare la documentazione delle grotte che abbiamo esplorato negli ultimi anni; per lavorare insieme ai locali e alla Reserva de la Biosfera Selva El Ocote, con cui portiamo avanti i progetti di tutela e didattica ambientale dell’associazione La Venta e del neonato Centro de Estudios Kársticos La Venta.

Ma sono soltanto pretesti. Scuse per partire, per andare incontro alla meravigliosa complessità del mondo, per fare il pieno di immagini e tornare a raccontarle.

A proposito, è appena arrivata la nuova fotocamera Olympus EM1, sorella maggiore della già collaudata EM5. Hanno entrambe un posticino riservato nel bagaglio, insieme a una serie di obiettivi M.Zuiko: lo zoom supergrandangolare 9-18mm/4-5.6, il versatile 12mm/2, il ritrattistico medio tele 45mm/1.8, il tele 75mm/1.8 e l’eccellente 17mm/1.8 che va a nozze col reportage. Il tutto sta in un borsino minuscolo.

Il bagaglio però non è mica pronto. Lo sarà solo poche ore prima della partenza. Per il momento c’è la solita lista di oggetti da portare. Insomma c’è l’indispensabile; resta solo da caricare il superfluo, che è la parte migliore.
Per esempio i libri, tra cui: Exit strategy di Walter Siti, che non ho fatto in tempo a finire, e La nobile arte di misurarsi la palla di Amleto de Silva, che non vedo l’ora di cominciare. Ovviamente mi porto anche Il respiro delle grotte, che da quando è uscito non ho ancora riletto. E poi la musica: Canzoniere illustrato di Daniele Sepe, che ormai è consumato, e D’amore e di altre cose irreversibili di Flo, che si consumerà.

Hasta pronto.

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In fondo al tunnel

Gouffre de la Pierre-Saint-Martin. Pyrénées-Atlantiques, France.
Gouffre de la Pierre-Saint-Martin. Pyrénées-Atlantiques, France.

È un bel pomeriggio d’inverno. Visto che c’è il sole, il signor Mohole ha deciso di andarsene fuori città, in cerca di paesaggi da fotografare. Prende il suo armamentario fotografico e si mette in macchina. Via, verso la campagna.

Dopo le ultime case di periferia, la strada asseconda le colline, serpeggia morbida una curva dopo l’altra.
«Che giornata», pensa Mohole.
Il cielo terso riempie il parabrezza. La campagna scorre nei finestrini, come un film.
Il signor Mohole accende l’autoradio, ci infila un disco di musica jazz. «Che luce» pensa, pregustando le fotografie che scatterà. E prende a tamburellare le dita sul volante.

Di tanto in tanto l’automobile sobbalza sulle irregolarità dell’asfalto, ma il paesaggio è sempre lì, in posa per farsi ritrarre.
La strada si infila in una breve galleria, ma la luce è là in fondo, gli occhi di Mohole non fanno in tempo ad abituarsi al buio che già sono nuovamente inondati di sole. A destra le colline si alzano in montagne, a sinistra si apre una vallata verde. Ecco un’altra galleria. Stavolta è più lunga, non se ne intravede l’uscita; in alto, sulla volta di cemento, c’è una fila di lampade gialle, disegna nel parabrezza un tratteggio ritmato. Il signor Mohole alza un po’ il volume della musica.
È lungo, il tunnel, ma ecco una nuova esplosione di luce: da una parte la valle, dall’altra le montagne. E davanti, un’altra galleria. Anche questa lunghetta. La fila di lampade gialle, la luce in fondo, il sole. Va abbassandosi, il sole, man mano che il pomeriggio avanza.
Mohole canticchia a tempo di jazz: «Colori là fuori, la fuori colori». Guida e canta: «Prati colline e sole, dududù tadà». E intanto infila un’altra galleria.
Stavolta è proprio lunga: le luci gialle cadenzano, ritmicamente, il rettilineo. La galleria curva leggermente a destra, poi torna dritta. È lunga, ma finirà.
E infatti a un certo punto finisce, e adesso la luce è proprio bella: le ombre si sono stirate, è il momento ideale per scattare fotografie.
«Tra un po’ mi fermo», dice Mohole tra sé e sé.

Ma comincia un’altra galleria. Lunghissima. È una canna di fucile, si perde all’infinito. Mohole spinge sull’acceleratore, il ritmo delle luci gialle aumenta, ma la galleria sembra non finire più.
Poi la musica si ferma, il disco è finito. Resta solo il rombo del motore, l’automobile lanciata a tutta velocità.

La fila di luci gialle s’interrompe, finalmente. Ecco l’uscita dal tunnel. Ma intanto è calata la notte.

 

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E-M5, di bene in meglio

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La fotocamera Olympus OM-D E-M5 con l’obiettivo M.Zuiko 12mm f/2

Da oltre un anno utilizzo la Olympus OM-D E-M5. L’ho portata sempre con me, dall’umido delle foreste tropicali al caos delle grandi città. Delle caratteristiche di questa fotocamera, della sua qualità e versatilità ho già scritto in più di un’occasione. Ne ho anche evidenziato qualche difetto, tra cui la dimensione eccessiva dei punti di messa a fuoco: quando il soggetto non è in primo piano, e se ha davanti reti, steccati o vegetazione, l’autofocus tende a concentrarsi su questi ultimi, complicando la vita al fotografo.
Altro aspetto antipatico è la difficoltà di utilizzare i diaframmi più aperti in presenza di molta luce, perché la sensibilità minima della fotocamera arriva a 200 ISO, e il tempo di scatto più rapido è 1/4000.

Entrambi i problemi sono stati risolti da un recentissimo aggiornamento firmware: ascoltando i suggerimenti dei professionisti, Olympus ha rilasciato la versione 2.0, introducendo due importanti novità: la possibilità di ridurre la dimensione dei punti di messa a fuoco, scegliendo peraltro il formato quadrato; e l’estensione del campo di sensibilità fino a 100 ISO, il che è un’ottima notizia, vista la grande luminosità di alcuni obiettivi dedicati al micro 4/3.
L’aggiornamento è semplicissimo: basta andare sul sito Olympus e scaricare l’updater, un programmino che verifica la versione del firmware della fotocamera e lo aggiorna in pochi minuti.

Olympus ha da poco presentato due nuove fotocamere della serie OM-D: la professionale E-M1 e la versatile E-M10, che sarà disponibile tra qualche giorno. I miglioramenti apportati alla già ottima E-M5 dimostrano la serietà dell’azienda e il rispetto che ha per i propri clienti. Che di questi tempi non è poco.

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Un anno con la Olympus OM-D

Monaco russo sulla vetta del Monte Athos
Sulla vetta del Monte Athos

Quello che si è appena concluso è un anno di novità fotografiche, almeno per quanto mi riguarda. Negli ultimi dodici mesi ho cominciato a sperimentare il sistema Micro Quattro Terzi, che utilizza un sensore di dimensioni ridotte rispetto al full frame, e già rodato per alcuni anni sulle reflex digitali serie E di casa Olympus. Le principali novità del nuovo sistema sono l’assenza di specchio (queste fotocamere si chiamano, appunto, mirrorless) e la presenza di un mirino elettronico in sostituzione di quello ottico.
Il consorzio Olympus-Panasonic è stato il primo a scommettere su questo nuovo filone, e già da qualche anno produce fotocamere piccolissime con obiettivi intercambiabili. Ma con quali risultati?

Finora ho provato la Olympus OM-D E-M5, di dimensioni e peso pressoché dimezzati rispetto a una reflex. Il vasto parco obiettivi disponibile offre grande versatilità e ne fa un vero e proprio sistema, completo di illuminatori elettronici e altri accessori. Sulla E-M5 ho utilizzato diversi obiettivi, dal supergrandangolo 9-18mm/4-5.6 all’eccellente 12mm/2, dall’obiettivo da ritratto 45mm/1.8 al tele 75mm/1.8. La qualità di queste lenti, peraltro garantita dal marchio M.Zuiko, combinata col sensore m4/3 dà risultati strabilianti.

Ma non vi tedierò coi numeri, le tabelle e le comparazioni di un’analisi tecnica; la rete ne è piena, e i siti specializzati sono pressoché unanimi nel riconoscere a questa macchina un livello qualitativo elevatissimo. Qui mi limiterò agli aspetti che —assodata la qualità— fanno di una fotocamera uno strumento di lavoro: usabilità, velocità, robustezza, affidabilità.

Fin dai tempi della fotografia analogica, quella coi rullini, gli sviluppi e tutto il resto, le buone fotografie si facevano —e si fanno— con la testa e con le gambe. L’attrezzatura era —è— lo strumento che consente al fotografo di esprimersi, come il pennello per il pittore, lo scalpello per lo scultore, la penna o la macchina da scrivere per lo scrittore; lo strumento non basta, ma può fare la differenza.

Per le mie storie, sono spesso in giro con penna e taccuino, e ho sempre avuto necessità di avere con me una macchina fotografica: anche prima che la fotografia diventasse per me un lavoro, utilizzavo questo strumento per prendere appunti. Fotografare mi aiuta a pensare. Per questo motivo ho sempre cercato strumenti che fossero usabili (progettati da chi di fotografia se ne intende, quindi con comandi facilmente accessibili), veloci (l’accessibilità ai comandi è già di per sé un ottimo modo per rendere veloce una macchina, ma è importante anche la rapidità di risposta), robuste (costruite con ottimi materiali e assemblate con cura) e di conseguenza affidabili (cioè che non ti mollino sul più bello). Uno strumento che si guasta mentre stai lavorando è inutile almeno quanto uno troppo lento e complicato. Semplicemente non può essere uno strumento di lavoro.

Nel momento in cui ho messo le mani sulla Olympus E-M5 ho capito che mi ci sarei trovato bene. Non mi sembrava vero: finalmente una macchina fotografica che non mi spezzava il collo a portarla in giro, e non mi piegava la schiena con lo zainone necessario a trasportare gli obiettivi. La E-M5 prometteva molto, tuttavia ero un po’ scettico sulla qualità del sensore. Sicché prima di scriverne ho atteso di provarla in diversi ambienti e situazioni: l’ho portata con me in viaggio, in montagna e dentro le grotte, sotto la pioggia, in posti polverosi, tra la folla e a spasso per metropoli e villaggi sperduti. Ci ho lavorato con tranquillità davanti a placidi paesaggi e di fretta durante scontri di piazza, ho alzato gli Iso e smanettato con tutte le funzioni, ho messo a fuoco a mano e in automatico, e quasi sempre sono stato soddisfatto dei risultati.

Le dimensioni contenute rendono questa fotocamera un po’ problematica da usare con grossi guanti, e inoltre il tasto di accensione si trova in una posizione un po’ infelice, in basso a destra. Poi il sensore: per quanto generose e lontane anni luce da qualsivoglia compatta, le dimensioni non sono comparabili con quelle di una full frame. Ciò non ha implicazioni sulla qualità, bensì sulla possibilità di controllare la profondità di campo, ma di questo parlerò in un altro articolo. Intanto, dopo un anno di utilizzo intenso, posso garantire che le dimensioni del sensore non costituiscono un limite per il lavoro di un professionista, e che la profondità di campo la si controlla usando ottiche luminose. In sintesi: i vantaggi superano di gran lunga gli svantaggi.

«Ma in una fotocamera digitale il sensore è tutto!», avrete appena esclamato. È vero, ma dentro la E-M5 c’è un sensore a dir poco eccezionale: riesce a catturare anche la luce flebile, lavora benissimo alle alte sensibilità, è profondo nei neri e inciso nelle alte luci, ha un dettaglio strepitoso che  —mi perdonerete l’iperbole— fa invidia anche alla rinomata full frame Nikon D700.
L’elettronica è impacchettata in un corpo piccolo, reattivo e maneggevole, soprattutto con l’aggiunta del grip. L’assenza del mirino ottico richiede un po’ di abitudine, ma basta guardare nell’oculare per apprezzare il vantaggio di avere un ottimo live view a portata di occhio. Inoltre lo schermo posteriore Oled è orientabile e rende comodissime le riprese in posizione rialzata (ad esempio tra la gente) o ribassata (la fotografia di reportage o marco, le inquadrature inusuali).

Il corpo macchina è interamente in metallo, quindi solido e stabile, ma al tempo stesso leggero. È interamente sigillato, il che rende la macchina adatta agli ambienti polverosi e umidi, che in questi mesi ho frequentato molto. La mia E-M5 l’ho trasportata comodamente in un borsino o in un marsupio; niente a che vedere coi grandi zaini con cui ho dovuto convivere a lungo.

Qualche anno fa ero con Fabrizio Ardito in giro a fotografare le spettacolari cattedrali romaniche della costa pugliese. In una di queste, per riprendere i mosaici chiedemmo il permesso al parroco. Ci rispose: «Certo che potete, ma non queste attrezzature professionali». Avevamo cavalletti, corpi reflex e grandi obiettivi. Con una Micro Quattro Terzi non saremmo stati riconosciuti come professionisti, e avremmo avuto vita facile. Lo vedo quotidianamente anche nella fotografia di reportage, tra la gente: se la fotocamera che tengo appesa al collo è piccola e discreta, le persone sono più disponibili non solo a lasciarsi ritrarre, ma anche a raccontare storie.
La scorsa primavera, con Fabrizio e altri amici, durante un trekking nella penisola greca di Monte Athos siamo saliti fino alla cima della montagna, a oltre duemila metri di quota. Ci siamo arrivati in una tappa sola, partendo quasi dal livello del mare: sarebbe stato quantomeno scomodo portare fin lassù l’attrezzatura reflex, ma neppure potevamo rinunciare a scattare fotografie. Abbiamo risolto portando con noi delle mirrorless. E lì, in cima a quella montagna fantastica, abbiamo assistito allo spettacolo del tramonto: man mano che il sole scendeva, l’ombra della montagna si allungava nel mare fin quasi a raggiungere la costa turca. Proprio in quel momento un monaco russo si è arrampicato sulle rocce ed è rimasto lì a guardare il panorama. È stato un momento magico, che avrei perso se non avessi avuto nella tasca della giacca una fotocamera all’altezza della situazione, o se ne avessi avuta una “troppo all’altezza”: se gli avessi puntato contro un cannone, il monaco non si sarebbe lasciato ritrarre.

Fosse anche solo per questo, la Olympus E-M5 è uno strumento potentissimo. Mi ha restituito la voglia di fotografare.

La mia configurazione preferita è col 17mm/1.8, che ha una focale equivalente di 34mm, perfetta per la fotografia di strada e per il reportage. È così che, ormai da un anno, questa fotocamera ce l’ho sempre in borsa. Ehem… in tasca.

Col nuovo firmware le prestazioni sono ulteriormente migliorate: è ora possibile ridurre la dimensione dei punti di messa a fuoco e abbassare la sensibilità fino a 100 Iso.
E da poco sono state presentate la «Olympus E-M1» e la «Olympus E-M10». Restate sintonizzati.

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