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Entro a volte nel tuo sguardo

Sergio Claudio Perroni se n’è andato un mese fa, per sua scelta. Fino a pochi giorni prima avevamo lavorato alla selezione fotografica per la sua mostra, “Entro a volte nel tuo sguardo”, per la quale ho curato anche la stampa. La mostra fa parte degli eventi de La Milanesiana, rassegna ideata e diretta da Elisabetta Sgarbi e giunta alla ventesima edizione.

Il catalogo ha contributi firmati da Elisabetta Sgarbi, Pierluigi Panza, Cettina Caliò, Sergio Claudio Perroni e dal sottoscritto.

La mostra inaugura il 27 giugno 2019 alle 18.00 presso la Galleria Antonia Jannone di Milano e resterà aperta fino al 23 luglio.

 

 

Galleria Jannone
Corso Garibaldi 25, Milano
Dal martedì al sabato, dalle 15.30 alle 18.30

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Visioni persistenti

A Milano la mia mostra fotografica Point of view / Persistence of vision. Negli ambienti storici di Palazzo Saporiti, Banca Galileo. Per tutto il mese di maggio.

Negli ultimi vent’anni ho realizzato reportage per riviste, illustrazioni per guide o libri di viaggio, scatti costruiti per agenzie di comunicazione, foto di lunghe camminate, storie di esplorazioni speleologiche e così via. Da questo bagaglio ho provato a estrarre alcune immagini. Ho tentato di raccogliere fotografie che stessero al gioco di parole del titolo.

Scattare fotografie significa pescare istanti dallo scorrere ininterrotto del tempo. È un’esperienza meravigliosa perché consente di trasformare momenti effimeri in figure tangibili: da liquide si fanno solide, come la lava dello Stromboli che cola nel mare. Dalla fotocamera escono tracce stratificate, battiti d’ali, impronte allineate come quelle degli ominidi agli albori del tempo.

Le Ciampate del Diavolo
Roccamonfina, Italia. Le ciampate del diavolo, impronte di ominidi di 350.000 anni fa.

La mostra prova a dare corpo a un’idea che del resto sta alla base della fotografia: la presenza del fotografo e il suo punto di vista possono generare immagini persistenti di istanti fugaci. Sono esposte immagini di situazioni e luoghi iconici. Un monaco ortodosso in cima al sacro Monte Athos mentre al tramonto l’ombra della vetta si allunga sul mar Egeo. Un’altra ombra, quella del Monte Teide a Tenerife, che all’alba forma un’immensa piramide sull’oceano Atlantico. È un luogo effimero, l’isola non trovata di Gozzano poi cantata anche da Guccini.

C’è un’immagine ripresa volando in mongolfiera sulle Alpi, nel momento in cui le nuvole si aprono e sullo sfondo si affacciano le cime innevate. Una situazione simile a quella di un volo in elicottero sull’Auyan tepui, in Venezuela, durante una spedizione col gruppo La Venta: le nuvole si sono aperte ed è spuntato maestoso il Salto Angel, la cascata più alta del mondo. E poi le isole Lofoten in Norvegia, dopo un temporale; le pitture rupestri e i cieli stellati nel deserto della Bassa California, in Messico; un fossile in una grande grotta delle Filippine; la coda di un capodoglio che sta per inabissarsi nel Mare del Nord; un allocco che esce da una grotta appenninica.

Qui in anteprima alcune delle immagini esposte. Le fotografie sono stampate in grande formato su carta pregiata Hahnemühle Photo Rag. Hanno una tiratura di dieci copie e sono certificate singolarmente con ologramma.

Insomma siete invitati. E se vi va estendente l’invito condividendo questo post e l’evento Facebook della mostra.

 

POINT OF VIEW / PERSISTENCE OF VISION
Fotografie di Natalino Russo

Palazzo Saporiti, Banca Galileo
Corso Venezia 40, Milano
Dal 29 aprile al 30 settembre 2016
Orari: dal lunedì al venerdì
8.30-13.30 / 15.00-18.00
INGRESSO LIBERO

 

Natalino Russo 160107.1863 _
Monte Teide, Tenerife. L’aria è fredda, il sole è appena sorto. Dalla vetta del vulcano (3718 m) si vede il triangolo d’ombra proiettarsi verso ovest sull’Atlantico. Per qualche minuto forma un’immensa piramide sull’isola di La Palma. Poi svanisce.
Reine. Dopo il temporale.
Reine, Norvegia. Sull’isola Moskenesøya ha appena smesso di piovere. Per qualche istante le nuvole avvolgono le pareti scure a strapiombo sul mare. Poco dopo irrompono i colori delle Lofoten.
pozzaccio del diavolo. Allocco (Strix aluco)
Monte Massico, Italia. È calata la notte. Un allocco esce dal suo nido sulle pareti di un pozzo carsico all’ingresso di una grotta.
Salto Angel
Auyan tepui, Venezuela. Nel 1933 il pilota americano Jimmy Angel, in servizio presso alcune miniere, sorvolò l’Auyan tepui e vide la cascata Kerepakupai merú. Da allora la cascata si chiama Salto Angel. È la più alta del mondo (979 m).

 

In apertura:
Monte Athos, Grecia. Un monaco ortodosso è salito a piedi sulla vetta della montagna sacra, a 2030 metri di quota. Il sole sta tramontando. Per qualche minuto l’ombra del monte si allunga sul mar Egeo.

 

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Tempo e diaframma

Recentemente sono stato invitato a raccontare il mio lavoro di fotografo e giornalista. Twenty minutes speech. Questo il titolo della rassegna promossa dalla Banca Capasso. Venti minuti per raccontare un’esperienza attraverso storie e immagini.

La mia avventura è iniziata quando da bambino mi portavano a passeggiare sui monti del Matese. Era il tempo dei primi esperimenti con una macchina fotografica Bencini Comet II (quella che si vede nell’apertura del video – la foto è di Luigi Russo). La curiosità mi ha spinto poi a esplorare grotte: prima sul Matese, poi in altre montagne sempre più lontane. Ci si è messo anche il mio percorso universitario a darmi nuovi stimoli. Sicché ho unito la passione per la natura a quella per il viaggio, la scrittura e la fotografia. E ho deciso di farne un lavoro. La mia conferenza si intitola Tempo e diaframma, e racconta questo viaggio.

Ringrazio Salvatore Capasso, anche lui viaggiatore irrequieto, per l’entusiasmo con cui progetta e finanzia questi eventi; e Pietro Savastano per la perizia con cui ne cura l’organizzazione. E ringrazio il pubblico che ha riempito la sala del cinema Cotton di Piedimonte Matese.

 

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Ospite al Film festival della Lessinia

Si parla di esplorazione con Alessandro Anderloni, direttore del festival (foto: FFDL 2013)

Per il secondo anno sono ospite del Film festival della Lessinia, giunto alla diciannovesima edizione. Sono venuto a presentare il documentario Río La Venta, un canyon tra due oceani. Realizzato nel 1994 per la regia di Tullio Bernabei, il film ottenne nel 1995 al Festival di Trento la «Genziana d’Argento» come miglior documentario di esplorazione e tutela.

Bellissime immagini e un testo asciutto documentano la fase iniziale delle ricerche speleologiche nell’area della Selva El Ocote in Chiapas (Messico). Lo vidi per la prima volta proprio durante una di quelle spedizioni: nel novembre del 1994, in un affollato locale di Tuxtla Gutiérrez. Ero giovane e inesperto. Avevo appena fatto conoscenza con quei luoghi, con le grotte tropicali e coi fangosi sentieri per raggiungerle. Ma soprattutto avevo iniziato a scoprire i villaggi al margine della giungla, e i loro abitanti. Con alcuni di loro siamo poi diventati amici.

Quel film ha avuto un ruolo determinante nello sviluppo delle esplorazioni successive condotte dall’associazione La Venta. Le proiezioni effettuate in Messico hanno contribuito alla nascita di una nuova generazione di speleologi locali, coinvolti in un’affascinante avventura, che ha consentito importanti scoperte speleologiche e archeologiche, e che continua tuttora.

Negli ultimi vent’anni il gruppo La Venta ha viaggiato, esplorato, documentato e studiato grotte e altri luoghi remoti in tutti i continenti. Ma non ha mai smesso di lavorare in quella zona del Chiapas, dove ha scoperto decine di chilometri di grandi grotte, tra cui la Cueva del Río La Venta, una delle più spettacolari traversate speleologiche al mondo.

Laggiù sono state organizzate oltre trenta spedizioni, in collaborazione con università italiane e messicane. Le missioni, rese possibili soprattutto da sponsor, hanno coinvolto decine di speleologi di diverse nazionalità e hanno potuto contare sul patrocinio del governo dello stato del Chiapas, della Reserva de la Biosfera Selva El Ocote e del municipio di Cintalapa de Figueroa. L’ultimo passo di questo affascinante viaggio è la nascita, l’anno scorso, del Centro de Estudios Kársticos La Venta, che annovera soci italiani e messicani e ha sede a Tuxtla Gutiérrez. Il centro si occupa di studiare e salvaguardare l’eccezionale patrimonio carsico dell’area, investendo anche sulla formazione.

Il film Río La Venta, un canyon tra due oceani è ormai un documento storico: narra la storia di un’esplorazione incredibile, quasi ottocentesca, condotta alla fine di un secolo in cui tutto sembrava ormai già noto. E testimonia la potenza del cinema nel coinvolgere e accomunare esploratori, ricercatori, istituzioni e popolazioni locali.

La proiezione si è svolta domenica 25 agosto alle 17 nel teatro Vittoria di Bosco Chiesanuova, durante un evento speciale del festival. Rivedere questo film dopo tanti anni mi ha riportato all’emozione di quell’afosa sera di novembre di tanti anni fa, in Messico. Allora eravamo pochi intimi; stavolta il teatro era affollatissimo.

Dopo i lunghi applausi, il direttore del festival Alessandro Anderloni mi ha fatto qualche domanda sull’associazione La Venta e sull’esplorazione. Il pubblico è rimasto inchiodato alle poltrone, con gli occhi spalancati. Mi stupisco sempre, quando i racconti del nostro andar per grotte emozionano chi di grotte ne sa poco. Ma non dovrei: del resto emozionano anche noi, sia che andiamo in capo al mondo sia che ci infiliamo nella grotticina dietro casa. È il bello della speleologia.

Giovedì 29 agosto, alle 17, il Festival ospiterà anche il film La grotta dei Giauli, realizzato da Enzo Procopio e Tono De Vivo, girato in collaborazione con La Venta nello spettacolare contesto delle Dolomiti. Saranno presenti gli autori e i protagonisti del film: Mauro Lampo con i suoi Giauli.

 

Rio la Venta, un canyon tra due oceani
Regia: Tullio Bernabei

50’. Etabeta/La Venta, Italia 1994.

La grotta dei Giauli
Regia: Enzo Procopio, Tono De Vivo

30’. Alchimia Treviso, Italia 2013.

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Il popolo dello smile

Lo Stadio Olimpico per il concerto di Jovanotti. Roma, 2013
Lo Stadio Olimpico per il concerto di Jovanotti. Roma, 2013

Ieri sera sono stato a un concerto di Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Non sono un grande fan del genere e del personaggio, ma mi è stato sempre simpatico. Una mia amica aveva due biglietti e allora andiamo, mi son detto, andiamo a vedere.
Roma, stadio olimpico. Quarantamila persone, a occhio. Sullo spettacolo niente da dire. Mastodontico, architettato a dovere, effetti fantasmagorici e potenza stratosferica. Contenuti? Bah.

Lorenzo Jovanotti Cherubini suona da venticinque anni motivetti orecchiabili che appoggiano testi qualche volta poetici, e ci sta, ma molto spesso vuoti. Assolutamente vuoti. Va bene, divertiamoci, saltiamo, facciamo casino, siamo ottimisti. Ma – a parte il fatto che c’è poco da essere ottimisti – qui siamo allo zero contenuti. Un vuoto spinto quasi inverosimile. Il nulla, il manifesto di una generazione sconfitta. Anzi: di un’epoca, perché il fenomeno è transgenerazionale. Ieri sera in quello stadio mi aspettavo di trovare ragazzini e adolescenti, magari giovani appena usciti dalla maturità; invece era pieno zeppo di quarantenni, cinquantenni e anche più, padri e madri di famiglia con e senza famiglia al seguito. Tutti con le braccia alzate, i sorrisoni e gli occhi lucidi.

In quegli occhi si riflettevano le immagini proiettate dai tre grandi schermi sul palco: caleidoscopi elettronici, colori della natura, un giaguaro che corre al rallentatore, una farfalla, gli storni nei cieli di Roma, un cuore, un arcobaleno, la pioggia, i tramonti, i prati verdi, i fiori, grazieroma, le grattachecche sulla spiaggia, gli occhioni dei gattini, due bimbi che si tengono per mano.

Ok, caro Lorenzo, ma tutto questo per dire cosa? A tutti piacciono i colori e il tepore dell’estate, tutti vogliamo bene alla mamma e alla fidanzata. Abbiamo capito che sei un ottimista irriducibile, ma hai presente i bisogni insoddisfatti, le necessità negate? Parlo di necessità primarie, non del bisogno di leccare un ghiacciolo quando il sole scotta. Ti domandi perché c’è gente che ha queste necessità? Ti chiedi mai da chi dipende? Ti è mai passato per la testa che c’è gente che per far valere i propri diritti deve lottare e che se si limita a sorridere non va lontano?

Lorenzo Jovanotti Cherubini non chiede: ringrazia. Il suo simbolo è uno smile. Uno smile, quelli che si usano nelle chat, una faccina tonda gialla sorridente su fondo azzurro. Non è una novità, mi dicono. Chiedo venia, non sapevo. Quindi la bandiera delle quarantamila persone che ieri sera cantavano in coro all’Olimpico, persone di ogni età, bambini e anziani, la bandiera di questo popolo è uno smile? Quarantamila persone che ringraziano senza chiedere null’altro?

In quasi tre ore di spettacolo, Lorenzo Jovanotti Cherubini salta, canta, si dimena. È instancabile. È anche bello starlo a guardare, orecchiare qualche motivetto di tanti anni fa. Ma oggi quest’uomo ha quasi cinquant’anni, eppure riesce a non dire nulla. Niente. Sul finale fa uno sforzo, un discorso buonista di fiorellini e stelle e speranze, e conclude urlando: “Ragazzi, ce la possiamo fare!”.
Scusa, Lorenzo: ce la possiamo fare a fare cosa?

Ed eccoci, inevitabilmente, alla politica, quella strana cosa a cui lo sciagurato popolo italico ha rinunciato ormai da anni. Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti, ha la potenza della grande star. Ma la spreca. È un segno dei tempi, il simbolo di questa stagione che non accenna a concludersi: le voci potenti lanciano sempre messaggi potenti, e ne portano la responsabilità. Possono fornire spunti di riflessione, oppure essere armi di distrazione di massa, corresponsabili della marmellata che ci inonda e ci disarma.

Sugli effetti speciali nulla da dire.

 

Grazie Paola per avermi invitato. Mi sono divertito, fuor di ironia. Ed è stato illuminante. Da un concerto così si impara molto, e si esce con una convinzione rafforzata: il mondo è ingiusto. Oggi più che mai bisogna ascoltare e comprare dischi impegnati e musicalmente validissimi. Un consiglio? Investite su Daniele Sepe. Lo sforzo di comprendere il napoletano vale la pena.

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Transumanti a pedali

Località Frattura. Scanno, 2012
Località Frattura. Scanno, 2012

Eccoci qua. Domattina si parte per L’Aquila. In bicicletta. Sarà una transumanza a pedali, una lunga e bella pedalata tra i monti abruzzesi per raggiungere, da Roma, il centro della città che quattro anni fa è stata colpita dal terremoto, e che ancora stenta a riprendersi. La ricostruzione del suo centro storico è un’impresa complessa, che richiede un’attenta riprogettazione. Quale migliore occasione per ripensare una città a misura d’uomo, libero dalla schiavitù dei mezzi a motore privati, un luogo aperto a chi preferisce spostarsi a piedi e in bicicletta?

Sabato sera, 22 giugno, suoneranno in piazza i Têtes de Bois, il noto gruppo musicale romano, storicamente legato alla bicicletta. L’energia della serata sarà fornita da un gruppo di ciclisti: ciascuno con la propria bici, i pedalatori forniranno elettricità al palco. Lo spettacolo si chiama, appunto, Palco a pedali. Un’operazione che a prima vista può apparire bizzarra, ma che ha un preciso significato politico: proporre, sostenere e difendere l’idea che una mobilità diversa sia possibile. Il che, a ben vedere, non è solo un’aspirazione velleitaria e un po’ snob, ma una proposta alternativa, una rivendicazione di spazio e, tutto sommato, di classe.

Cosa c’entra la bicicletta con la lotta di classe e con tutti quei concetti stantii e superati? Venite a L’Aquila e ne parleremo.

Noi partiamo domattina, venerdì 21, da Roma. Tappa domani sera all’ostello di Contigliano, per arrivare a L’Aquila sabato pomeriggio, insieme a un gruppo di camminatori che arriverà dall’Emilia. In tempo per il concerto.
Se non ve la sentite di pedalare per due giorni e su quasi mille metri di dislivello, potete raggiungerci in un punto qualsiasi del percorso. Anche pochi chilometri prima della città.

 

 

Il progetto della Transumanza a pedali nasce da un’idea di Andrea Satta ed è andato crescendo negli ultimi mesi in diversi incontri romani e aquilani. L’iniziativa è promossa da: Têtes de BoisActionAidA SudCircolo Arci QuerenciaComitato 3e32Gruppo di AQuisto SolidalePiazza D’ArtiFIAB e ha il patrocinio del circuito Wigwam.

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Partire o non partire?

In una valle del Ladakh vivono oltre cento famiglie di pastori nomadi. O, meglio: vivevano. Perché stanno andando via. Attratti dal miraggio della vita di città e respinti dalle difficoltà della montagna, poco a poco, una famiglia dopo l’altra, scendono a valle. Si trasferiscono nella capitale, Leh, dove perlopiù diventano muratori o manovali.

Fanno questa scelta per stare più vicini ai figli, che hanno già rifiutato la vita nomade per inseguire l’illusione della comodità, del progresso, di uno status che gli conferisca maggior riconoscimento sociale. Ma il volersi ricongiungere ai figli getta questi pastori nomadi in una contraddizione: se prima li avevano lontani ma potevano aiutarli anche economicamente, ora che li hanno vicini finiscono per dipendere da loro.

Per abbandonare la vita da nomadi, infatti, i pastori sono costretti a vendere tutto il loro bestiame. In blocco, sottostando alle condizioni dei mercanti e della stagione. In questo modo si tagliano qualsivoglia possibilità di fare marcia indietro.

L’esodo verso la città promette quindi un futuro di alienazione, oltre che di perdita d’identità.

Questa storia è raccontata ne La nuit nomade, lungometraggio di Marianne Chaud, giovane documentarista che ha trascorso molti mesi tra le montagne nel nord dell’India. Ha studiato vita, tradizioni, contraddizioni dei popoli che abitano quelle terre, e ha imparato la lingua dei nomadi. Proprio questa facilità linguistica le ha consentito di raggiungere un alto grado di intimità coi pastori, e di filmare scene di vita quotidiana apparentemente normali ma dense di ansie e aspettative. Partire o non partire? Nel suo film, la Chaud raccoglie frasi sagge, battute ironiche, confessioni. E osa, persino: si concede il lusso di entrare in scena, facendo per qualche istante oscillare dei fiori gialli davanti alla camera.

Con uno dei pastori nasce un rapporto molto confidenziale. A un certo punto lui le dice: “E’ una fortuna che tu parli la nostra lingua, altrimenti saremmo come due montagne che si incontrano, o come due sassi”.

Partire o non partire, quindi? Se fossimo degli irrecuperabili sentimentali, citeremmo ora quell’adagio secondo il quale partire è un po’ morire. Invece lasciamo parlare uno dei protagonisti del film, un pastore che si incammina nella landa desolata, però amata, della sua terra. “C’est terrible de choisir”, confessa alla telecamera. È terribile dover scegliere.

Bellissima la fotografia, che rende i paesaggi in modo vivido ma senza lasciare che schiaccino i personaggi. Il resto lo fa una colonna sonora incalzante e leggera.

Coprodotto da Zed e da Arte il film è uscito nelle sale il 4 aprile scorso. Tra i ventuno film in concorso all’edizione 2012 del Film festival della Lessinia, ha ottenuto il Premio del Curatorium Cimbricum Veronense.

A proposito, come va a finire per i pastori che scelgono di trasferirsi in città? Il film della Chaud lo lascia soltanto intuire. Ma al festival della Lessinia è passata un’altra pellicola, ambientata proprio a Leh, capitale del Ladakh. Non c’entra niente con la vita dei pastori nomadi che hanno deciso di trasferirsi, ma in qualche modo racconta qualcosa che li riguarda. Il film si intitola Out of thin air, e parla della sgangherata industria cinematografica di questa città. Ispirati al modello di Bollywood, intraprendenti quanto improvvisati cineasti locali sfornano film a basso budget che riscuotono un successo strepitoso. Gli attori – ma anche gli operatori, i fotografi, gli sceneggiatori e così via – vengono reclutati tra manovali, tassisti, casalinghe, contadini e persino monaci. Sicuramente tra loro c’è anche qualche (ex) pastore nomade.

Natalino Russo, Roma.

La nuit nomade
Marianne Chaud
90’, Francia, 2011
Sito ufficiale: www.lanuitnomade.com

Out of thin air
Shabani Hassanwalia, Samreen Farooqui
49’, India, 2009

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Un festival per la ruralità

Bosco Chiesanuova è un piccolo paese della Lessinia, a una mezzora di macchina da Verona. A millecento metri di quota, è il posto giusto dove cercare refrigerio in giorni di caldo torrido. Non che qui faccia proprio fresco, ma almeno si respira aria di montagna. Si scorge da lontano il Corno d’Aquilio (1545 m), limite settentrionale della Valpolicella e contenitore di grandi grotte carsiche come la ben nota Spluga della Preta.

Ma quella che si respira a Bosco in questi giorni non è propriamente aria di cime, e nemmeno di caverne. Qui ogni anno, a fine agosto, approda una montagna speciale, un territorio fatto di ruralità e di vita all’aperto, di uomini e donne che abitano terre lontane, e di registi che raccontano queste storie.

Dal 1995, in questi paraggi si svolge il Film Festival della Lessinia, dedicato appunto alla montagna nell’accezione più ampia del termine.
Vita, storia e tradizioni in montagna, recita il sottotitolo. Del resto i film in concorso quest’anno parlano chiaro: accanto alle storie di montagna – quelle in cui le inquadrature sono occupate da neve, ghiaccio, pareti, profili affilati, fiumi impetuosi – sullo schermo scorrono vite vissute in territori lontani dagli uomini e dalle donne che li abitano.

È la ruralità, più che la montagna, il vero tema di questo festival.

Ne parlo con Alessandro Anderloni, direttore artistico della manifestazione. Lo incontro a un tavolino in Piazza del Festival, davanti al Teatro Vittoria. Intorno a noi c’è un brulicare di persone: registi, sceneggiatori, operatori e pubblico; alcuni sono arrivati qui da lontano, per partecipare a una settimana di proiezioni, dibattiti e seminari.

“Credo che il festival vada trovando gradualmente una sua identità”, dice Alessandro mentre sorseggiamo un mojito. “La parola ‘montagna’ comincia a starci stretta: non rende giustizia all’impostazione di questo festival, che di anno in anno va connotandosi in modo più chiaro”.

Qui infatti approdano storie che narrano di uomini e donne, dei territori rurali che abitano, delle difficoltà e delle contraddizioni di vivere oggi in quei contesti. La televisione, il cinema, le strade, le merci e il mercato si espandono inesorabilmente, penetrano in territori isolati solo fino a qualche anno fa. Li stanno cambiando, li cambieranno per sempre. Il compito del festival di Bosco Chiesanuova forse è proprio questo: dare spazio a chi vuole e sa raccontare questo cambiamento in atto. Il che non ha niente (o poco) a che vedere con la conquista di una cima, con la montagna vissuta come avventura. Per quello esistono già altri festival. Qui si fa un narrare che non punta alla meta ma racconta il viaggio mentre esso si svolge.

“E’ proprio così”, commenta Anderloni. “All’inizio eravamo in conflitto con l’altro festival, quello di Trento, anch’esso dedicato alla montagna. Ma pian piano noi stiamo trovando un’identità diversa, un approccio che ci piace nettamente di più. Credo che il futuro di questo festival sia proprio questo. Forse è giunto il momento che il nome stesso, Festival della Lessinia, diventi autosufficiente, non abbia più bisogno di un sottotitolo esplicativo. Chi viene qui, ormai sa bene che non proponiamo film di montagna nel senso tradizionale. E gli va bene così. Durante queste sere abbiamo proiettato lungometraggi che raccontano storie di pastori, di città, di valli. Sullo sfondo c’è sempre la vita rurale con le sue difficoltà e le sue contraddizioni, e questo al pubblico piace. Registriamo ogni sera il tutto esaurito, e per chi organizza un festival questa è la più grande soddisfazione”.

Questo è un anno strano. L’estate scalda e paralizza la pianura, ma non riesce a intaccare chi, come noi, trascorre questi giorni a mille metri di quota. Certo fa caldo anche qui, ma il bar del festival è un’isola felice. Qui si chiacchiera, si sfogliano libri, ci si scambia foto, racconti, sogni che potrebbero diventare progetti.

Il mojito è quasi finito. Lascio Alessandro ai suoi impegni pomeridiani.

Mentre scrivo queste righe ripenso a uno dei film visti l’altra sera. “Out of Thin Air”, di Samreen Farooqui e Shabani Hassanwalia. Due giovani registe indiane raccontano il Ladakh come nessuno l’ha mai fatto. Nessuna cartolina turistica, nessun linguaggio compiacente o compiaciuto, ma uno sguardo fresco e apparentemente amatoriale per un film che parla di film.
Nella città di Leh è nata un’industria cinematografica che, con risorse quasi nulle, imita le grandi produzioni di Bollywood. Per farlo coinvolge gli abitanti stessi della città, persone che nel quotidiano conducono vite normali: tassiti, falegnami, autisti, insegnati, casalinghe, persino monaci. Con un approccio apparentemente amatoriale, girato cioè con tecniche proprie delle produzioni che intende raccontare, il film offre uno squarcio inedito di un paese bellissimo come il Ladakh, delle sue montagne, delle sue valli e dei fiumi impetuosi che le percorrono.

Si esce dalla sala col sorriso sulle labbra, e con la voglia di vedere altri film che sanno parlare dei luoghi in modo nuovo e fresco.

Natalino Russo, Bosco Chiesanuova (Verona, Italy)

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Badge & Co. Boscochiesanuova, 2012
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Sepe al Maschio

Domani sera il Maschio Angioino di Napoli ospita un gran bel concerto. Daniele Sepe produce da anni autentici capolavori musicali, ha la capacità di mettere insieme musicisti di diverse estrazioni e fare concerti strabilianti. Io non sono un esperto di musica, anzi ci capisco davvero poco. Ma mastico qualcosa di esplorazione. E posso dire che Sepe è decisamente un esploratore accanito del panorama musicale partenopeo, mediterraneo, africano e latinoamericano. Attraversa con curiosità e passione molti generi, li guarda con occhi nuovi, ne traccia disegni inediti, ne ricava una musica personalissima.

Sagace, combattivo e resistente, Daniele si è fatto molti nemici per il disco Fessbuk, Buonanotte al manicomio. Sul suo profilo Facebook ha ammiratori sfegatati e ostili detrattori. Molti lo criticano ferocemente, spesso prendendo a pretesto il linguaggio e l’aspetto formale dei suoi testi. Ma pochi hanno provato ad analizzarne seriamente la sostanza. Certo: Sepe ha posizioni severe e modi un po’ bruschi, ma sto ancora aspettando che qualcuno, tra i suoi contestatori, parli di contenuti.

Napoli, Maschio Angioino. Venerdì 30 settembre 2011, ore 21.30. Ci saranno: Doris Lavin (Cuba, voce); Auli Kokko (Svezia, voce); Florin Barbu (Romania, voce e chitarra); Roberto Argentino Lagoa (Argentina, voce, flauti e percussioni); Robertinho Bastos (Brasile, percussioni); Marzouk Mejri (Tunisia, voce e darbuka); Alessandro Tedesco (trombone); Peter Di Girolamo (tastiere); Franco Giacoia (chitarra); Gigi De Rienzo (basso); Daniele Chiantese (batteria) e ovviamente Daniele Sepe ai fiati. Ospiti d’onore Shaone (voce) e la Contrabbanda di Luciano Russo.

Peccato, stavolta, non poterci andare.

Natalino Russo, Roma.

Nella foto sopra: A un concerto di Daniele Sepe alla Locanda Atlantide. Roma, 2009
Musica del giorno: tutta quella di Daniele Sepe.